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La casa

La strada di sopra erano sei case e quattro erano vuote.

Si notava subito quali: quelle vive avevano legna accatastata, o un tubo, o uno zerbino, e le altre avevano le finestre tamponate con blocchi e delle rovi che salivano lungo il muro.

L’ultima non era tamponata. L’ultima aveva ancora la porta.

Era una casa di due piani, di pietra scura, più grande di quanto Axel si aspettasse. Sotto, un portone largo di legno sfondato nella parte bassa, quello della stalla. Sopra, un balcone corrido di legno con metà delle tavole cadute e una felce che cresceva in un angolo.

Attaccato al muro di destra, mezzo mangiato dall’edera, un rigonfio rotondo di pietra con una bocca nera.

Il forno. Era esattamente come sul foglietto.

Axel chiamò Hortensia dalla strada, appoggiato al muro di fronte. Rispose al secondo squillo.

«Ci siete?»

«Siamo davanti.»

Si sentì Hortensia respirare dall’altro lato.

«E?»

Axel guardò la facciata.

«Senza abbellire, no?»

«Senza abbellire.»

«Beh, sta in piedi, ma per poco.» Elencò. «Il balcone è caduto da un lato. C’è una finestra senza vetro. Il tetto ha un buco grande sulla parte di dietro, e lì dentro è cresciuto qualcosa, perché sporgono rami dal buco.»

«Ahi, mamma mia.»

«I muri stanno bene.» Si avvicinò e diede un colpo con le nocche. «I muri sono perfetti, Hortensia. Questa è pietra di un metro.»

«E il forno?»

«Il forno c’è.»

Lei tardò a rispondere.

«È intero?»

«È intero. Ha l’edera sopra, ma è intero.»

Sentì Hortensia respirare in un modo strano dall’altro capo del telefono.

«Bene», disse, con la voce normale un’altra volta. «Allora lo so. Grazie, figlio mio.»

«Vuoi che ti mandi una foto?»

«No.»

E riattaccò.

Il ragazzo era salito dietro senza che nessuno glielo dicesse ed era piantato in mezzo alla strada con le mani sui fianchi, a guardare la facciata da cima a fondo.

«Cazzo. È vostra?»

«No.»

«Ancora meglio.»

Lo disse contentissimo, come chi scopre che l’ingresso è gratis.

Eva era rimasta sul gradino di fronte, con lo zaino ancora addosso.

«E tu che ci fai qui?»

«Passavo.»

«Qui non passa nessuno.»

«Va bene.» Sorrise con tutta la faccia. «Allora passavo male.»

La chiave l’avevano dal paese di Paco. Gliel’aveva data Hortensia dentro una busta, con un elastico, ed era una chiave di quelle antiche, lunga, di ferro, con la paletta quadrata.

Non entrò.

Axel stette dieci minuti a lottare con la serratura prima di accorgersi che era piena di terra e che dentro c’era qualcosa che non era una serratura: un nido, vecchio, secco, fatto d’erba e con un pezzo di plastica azzurra. Lo tirò fuori con un rametto, con moltissima cura, e lo lasciò sopra il muro.

Lo raccontò lui stesso mentre Axel lottava con la serratura, senza che nessuno glielo chiedesse e senza dargli la minima importanza: che era partito alle cinque del mattino, che l’ultima ora era tutta curve, e che il nome del paese glielo diceva Axel al telefono da due mesi, ogni volta che chiedeva dove fossero.

Eva alzò la testa un secondo e la riabbassò.

Axel continuò a girare la chiave e non disse niente.

Axel continuò a girare la chiave e non disse niente.

La chiave entrò al quarto tentativo e girò con un rumore che suonò a osso.

Dentro odorava di terra bagnata e di qualcosa di dolce che non riuscì a identificare. La stalla era una navata grande, col pavimento di lastre e delle mangiatoie di pietra lungo una parete. C’era una carriola ruggine. C’era una montagna di felci secche in un angolo.

E c’era luce. Luce che entrava dal tetto.

Salirono per una scala di pietra attaccata al muro, senza ringhiera, contando i gradini perché due erano rotti.

Sopra c’era la casa. Una cucina con un focolare enorme, nero di fumo, col vano del camino della misura di un armadio. Un tavolo di legno ancora in piedi. Due sedie, una delle quali rovesciata per terra. Un corridoio. Due camere.

In fondo, dove c’era il buco del tetto, un mucchio di calcinacci e di ardesia caduta, e uscendo dal mezzo del mucchio, salendo verso il buco, un sambuco. Un albero intero. Di tre metri.

Che cresceva dentro la casa.

Eva restò ferma a guardarlo.

«Cazzo», disse.

Entrava una colonna di luce dal buco e cadeva sulle foglie, e le foglie si muovevano, perché quarant’anni di buco in un tetto sono quarant’anni di aria che entra. Un albero dentro una casa, che cresce verso il punto da cui la casa si è rotta. Axel restò lì più tempo del necessario e non disse quello che stava pensando, che era che quella era la cosa più bella che aveva visto in tutto il viaggio.

La seconda cosa che pensò, già con meno poesia, fu che da quel buco entrava anche l’acqua, e che in tre mesi sarebbe stato ottobre.

Stettero due ore a girare e trovarono delle cose. Una scatola di biscotti con dei bottoni dentro. Un calendario del 1983 inchiodato al muro, gonfio per l’umidità. Una foto attaccata al fondo di un cassetto, di un matrimonio, con le facce cancellate dall’acqua. Una scarpa da bambino, una sola. Cacca di martora sulla scala e piume di barbagianni nella camera di dietro.

E trovarono, sul pavimento della cucina, accanto al focolare, un mucchietto.

Un mucchietto ordinato. Quattro cose messe una sopra l’altra, della misura di un pugno: un bottone grande, una molletta da bucato, un pezzo di tegola e una moneta di quelle di prima, di quelle grosse. Impilate, con cura, dalla più grande alla più piccola.

Axel si abbassò.

«Eva.»

«Sì.»

«Vedi questo?»

Eva si abbassò accanto a lui e lo guardò per un bel po’.

«Una martora», disse. «Fanno la scorta.»

«Dal più grande al più piccolo?»

«Le martore fanno quello che gli pare.»

Si alzò e andò a guardare un’altra cosa, e Axel rimase abbassato davanti a quattro cianfrusaglie impilate con una pazienza che non sta bene a nessun animale.

Lo vide all’imbrunire, quando già stavano raccogliendo per scendere a stendere il sacco nella stalla. Era seduto sul bordo del vano del camino, con le gambe dentro e la schiena molto dritta. Era più piccolo di Gorgorito e portava una cosa che sembrava un gilet fatto con uno straccio, chiuso fino in alto. Era pettinato. Ed era molto serio.

«Salve», disse Axel.

La creaturina non si mosse nemmeno. Lo guardò da su a giù, molto lentamente, come si guarda una fattura.

«Voi restate?», disse.

E ad Axel uscì la verità, che era che non lo sapeva.

«Non lo so.»

La bestiola annuì una volta, con la faccia di chi si aspettava già quella risposta e l’ha annotata da qualche parte.

«Me lo direte.»

«Senti. E tu come…?»

Ma si era già infilato nel vano del camino, e da dentro, con un’eco di pietra, arrivò un’ultima frase:

«E quell’ardesia della porta l’avete lasciata dove non va.»

Prima di scendere nella stalla, Axel uscì di nuovo in strada con la torcia del telefono e si mise davanti a quel rigonfio di pietra attaccato al muro di destra. Scostò l’edera col braccio. Era una volta della misura di un forno da pane, con una bocca nera di mezzo metro e una lastra davanti, mangiata dal muschio, con le giunture ancora intere.

Tirò fuori il foglietto dalla tasca e lo lesse con la torcia, anche se lo sapeva a memoria.

L’ultima della strada di sopra, quella che ha il forno attaccato al muro.

Restò lì, in mezzo alla strada, alle undici di sera, con un pezzo di sacco di farina in una mano e un forno da pane nell’altra, e gli parve uno scherzo così grande che rise da solo.

«Eva.»

«Cosa?»

«Che è un forno.»

«Cosa è un forno?»

«Che quello che c’era scritto sul foglietto del panificio era un forno vero.» Diede due colpi sulla pietra con la nocca. «Che è qui.»

Eva uscì sul gradino, si affacciò, e non disse quello che lui si aspettava.

«Allora sappiamo cosa faremo a marzo», disse, e rientrò.

Dormirono sotto, nella stalla, sopra le felci secche, che risultarono essere un materasso piuttosto decente. Si sentiva la casa: si sentiva scricchiolare sopra, e correre qualcosa sul tetto, e il sambuco muoversi con l’aria che entrava dal buco.

Dormì in macchina. Disse che in casa non ci stava nessun altro ed era vero, e lo disse in un modo che suonò come un favore.

La mattina Axel uscì a fare pipì nell’orto, che era una giungla di ortiche di un metro e mezzo, e guardò la casa da fuori per un bel pezzo, con la luce delle otto sulla pietra. E poi si avvicinò, prese il pezzo di ardesia che era caduto sulla porta e lo appoggiò al muro, da un lato, di taglio. Perché non fosse d’ingombro.

Restò un po’ a guardare l’ardesia appoggiata.

E poi prese un altro pezzo e lo mise accanto al primo.

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