Vetrofilo nella sala d'attesa

Il ticchettio dell'orologio da parete nella sala d'attesa dello studio dentistico del dottor Apolloni era così forte da sembrare un martello pneumatico. L'aria sapeva di disinfettante al cloro e di ansia liquida. C'era una luce al neon pallida che rendeva i visi dei presenti simili a fantasmi terrorizzati. Tutti fissavano tenacemente il pavimento, evitando lo sguardo del vicino come se potesse trasmettere il mal di denti.

Su una poltrona di finta pelle scricchiolante sedeva il signor Rinaldo. Aveva la mascella contratta e un'espressione da generale prima della ritirata. Stringeva la sua borsa di cuoio al petto e sbuffava ogni trenta secondi esatti. «Un ritardo imperdonabile. Ho una riunione tra venti minuti», brontolò a mezza voce, fulminando con gli occhi la porta chiusa dello studio. Il suo nervosismo si spandeva nella stanza, rendendo le poltrone ancora più dure e l'attesa ancora più insopportabile.

Nascosto proprio dietro il paralume della lampada, un paio di occhietti vispi osservava la scena. Era Vetrofilo, un Magikito della famiglia dei Folletti, grande come un righello da venti centimetri. Indossava una salopette ricavata da bende sportive elasticizzate e un cappellino fatto con un petalo di ciclamino, ormai un po' sbiadito. Vetrofilo sentiva l'ansia e la fretta del signor Rinaldo, come un pizzicore fastidioso sotto i piedi.

«Troppa paura e troppa fretta in questa stanza», pensò il Folletto, «ci vuole un piccolo dispetto dei miei per raddrizzare le cose». Sgattaiolò giù dalla lampada e, muovendosi invisibile tra i piedi delle poltrone, raggiunse la grande finestra che dava sulla piazza del paese. Sul davanzale c'era un tubetto di pasta per impronte dentali, dimenticato dall'assistente. Vetrofilo lo agguantò con le sue ditina, ci sputacchiò dentro un pizzico di polverina bluastra che teneva in tasca, la mescolò con uno stecchino e poi, con rapidità fulminea, disegnò una serie di piccole spirali invisibili sul vetro della finestra. Flick, flack, flack: il trucco magico era servito.

La luce del sole, attraversando i disegni invisibili sul vetro, non si limitò a entrare nella stanza: si fece densa, rallentò. Il signor Rinaldo alzò lo sguardo per sbuffare ancora, ma rimase a bocca aperta. I raggi del sole che filtravano dalla finestra si erano trasformati in lunghi fili di luce colorata, zaffiro, smeraldo e mandarino, che fluttuavano nell'aria come alghe luminose in un oceano invisibile. Un raggio color menta andò a posarsi proprio sulla borsa del signor Rinaldo, che all'improvviso emanò un profumo delizioso di biscotti appena sfornati e vaniglia.

«Ma cosa…?» mormorò il signor Rinaldo, allungando una mano tesa. Quando le sue dita toccarono il filo di luce arancione, nell'aria risuonò un leggerissimo plin di pianoforte. Una bambina seduta a poco distante mollò la mano della mamma, si alzò e provò ad acchiappare un raggio azzurro. Come ci riuscì, la stanza fu attraversata da una risata cristallina e l'orologio a parete smise di fare quel fastidioso tic-tac. Adesso faceva frrsch-frrsch, imitando il rumore del vento tra le foglie d'autunno.

Il signor Rinaldo sentì la morsa allo stomaco allentarsi. Guardò l'orologio, guardò la sua borsa profumata e, incredibile a dirsi, sorrise. La fretta era evaporata, sostituita da una curiosità dolcissima. «Sembra la fiera del paese quando ero piccolo», disse ad alta voce, girandosi verso una signora anziana, che fino a quel momento aveva tremato per la paura. «Oh sì, signore, mia mamma faceva i dolci alla cannella, che profumavano proprio così», rispose la vecchia Pina, con gli occhi che finalmente brillavano.

In cinque minuti la sala d'attesa si trasformò in una piccola festa improvvisata. Gli sconosciuti cominciarono a parlarsi, a raccontarsi le loro storie di gioventù, ridendo delle strane luci che ballavano sulle pareti. La paura del dentista era completamente svanita, dimenticata dietro a quei raggi di sole geometrici e profumati.

Quando la porta dello studio si aprì e il dottore Apolloni fece capolino, dicendo: «Signor Rinaldo, tocca a lei», il generale si alzò leggero, quasi dispiaciuto di dover lasciare quella stanza. «Arrivo, dottore! Ma faccia con calma, qui si sta d'incanto!»

Dall'alto del condizionatore, Vetrofilo guardò la scena, masticando un pezzetto di carta di caramella alla menta. Si sistemò la salopetta elastica, ridacchiò sotto i baffi e sgattaiolò fuori da una fessura della finestra, pronto per il prossimo angolo grigio da accendere. Perché a volte basta cambiare il colore con cui guardiamo il mondo, per trasformare l'attesa più pesante in un momento da ricordare.

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