Viti e incastri nella libreria impossibile.

«Le istruzioni sono per chi non capisce», lo disse la signora Marina con quel sorriso breve, tagliente, da persona che ha sempre montato almeno un mobile nella vita e quindi si sente autorizzata a giudicare tutte le altre.

Il negozio di arredamento Spazio e Viti era stato trasformato in una sorta di teatro: lavori di prova, tavoli, pannelli sparsi, clienti invitati a dimostrare le proprie capacità di montaggio davanti a un pubblico curioso e lievemente sarcastico. L'idea del direttore era semplice: se sai montarlo qui, lo sai fare ovunque. Marina aveva accettato la sfida come si accetta un invito personale. Libretto di istruzioni, restituito al commesso, con un sorriso educato e una frase che non ammetteva repliche: «Non ne avrà bisogno», e aveva iniziato.

Brugole, pannelli, viti, colpi di mano sicuri, rapidi, quasi musicali: il tipo di sicurezza che dura esattamente fino al primo pezzo messo al contrario.

Dietro a un buco nel cartone degli imballaggi, uno di quelli che nessuno considera mai perché i cartoni servono solo a sparire, c'erano due piccoli Magikitos, i Magikitos Duetto, Incastro e Smontina. Incastro era fatto di vecchi giunti metallici, elastici e rumorosi, e vedeva il mondo come una serie infinita di cose che si potevano collegare o incastrare male. Smontina, invece, era più sottile, fatta di schegge di legno lucide ed etichette staccate, e sentiva sempre dove qualcosa avrebbe voluto essere altrove. Accanto a loro, il loro Animagikito ghiro, Tubicchio, che dormiva con un occhio solo e si svegliava solo per valutare catastrofi strutturali con estrema calma.

«Stai ignorando il libretto?», sussurrò Smontina. Incastro rise piano. «Stai ignorando anche la realtà, se continuiamo così?». Tubicchio aprì un occhio. Poi lo chiuse. Traduzione. Interessante. E aspettarono.

Marina lavorava veloce. Troppo veloce. Il primo errore fu invisibile, un pannello montato al contrario. Il secondo si nascose dentro una vite serrata troppo forte. Il terzo si presentò come un piccolo scricchiolio che nessuno volle ascoltare. Dopo un'ora, il mobile aveva smesso di essere una libreria. Era diventato qualcosa di più creativo.

Marina si fermò un istante, guardò il risultato e si rese conto di essere seduta dentro la sua stessa opera. Un ripiano era diventato un bracciolo improvvisato. Due sportelli si aprivano sopra la sua testa, come pensieri troppo insistenti. Una mensola le bloccava l'uscita, come una porta che ha deciso di non essere più porta. «Ok», disse. «Questa è una configurazione alternativa».

Dal cartone degli imballaggi, Incastro stava già tremando da ridere. Smontina si mordicchiava una vite per non scoppiare. Tubicchio, invece, aveva scelto la via più onesta: dormire profondamente, perché la saggezza a volte è solo un ghiro che non vuole essere coinvolto.

E proprio in quel momento si sentì la voce del commesso. «Tra cinque minuti passo a vedere la dimostrazione!». Silenzio. Quello vero. Quello che pesa più delle viti. Marina si irrigidì. Guardò la struttura. Poi guardò le istruzioni cadute a terra, perfettamente piegate, come se la carta stessa stesse giudicando. «Non posso farmi trovare dentro il mobile».

Provò a muoversi. Errore. Il mobile reagì come un organismo offeso. Una mensola scattò leggermente. Un pannello si inclinò. Un'altra vite decise di allentarsi con dignità.

Dal buco del cartone, Incastro non ce la fece più. Rise. Smontina lo seguì subito, ma con stile. E in quel momento intervennero, non per aggiustare, ma per far parlare il mobile. Incastro sfiorò una giunzione. Smontina toccò una fessura. E il legno rispose, non con parole.

Con movimento, il mobile iniziò a raccontarsi. Le parti che volevano essere porta si aprivano davvero. Quelle che erano state forzate a diventare mensola si ammorbidivano. Le viti si allentarono quel tanto che basta per diventare possibilità, non prigioni. E la struttura iniziò a ricomporsi, ma non come da istruzioni: come da logica del corpo umano.

Marina si accorse che poteva uscire, non smontando tutto, ma lasciando che tutto si sistemasse intorno a lei. «Ok», disse piano. «Forse le istruzioni avevano un punto». Fece un passo. Poi un altro. La libreria si aprì come un fiore stanco ma collaborativo.

E lei uscì, spettinata ma salva, proprio mentre il commesso entrava nella stanza. «Tutto secondo dimostrazione?», chiese lui. Marina guardò la struttura dietro di lei. Perfettamente diversa, perfettamente funzionante.

«Direi di sì», rispose. «Solo versione voluta». Il commesso annuì, senza capire, ma abbastanza impressionato da non fare domande. Dal cartone, Incastro e Smontina si battevano il cinque senza mani. Tubicchio dormiva già di nuovo.

«Missione, assemblaggio emotivo riuscito», disse Incastro. «Missione, disassemblaggio dell'orgoglio», aggiunse Smontina. E insieme scivolarono via tra gli imballaggi, mentre il negozio tornava a riempirsi di clienti convinti di sapere esattamente cosa stavano facendo.

Marina, invece, passò davanti al banco istruzioni. Lo guardò per un secondo in più. Poi lo prese. E poi lo aprì. Ma non per obbedire. Per capire. E la libreria, alle sue spalle, per un istante sembrò quasi sorriderle.

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