Rimbalzina, al karaoke del ritardo perfetto. «Se mi chiamano sul palco e mi gratto solo il naso, non è un sì», lo disse, ma lo disse dentro la testa, la signora Lidia, mentre cercava di fondersi con la parete del karaoke Stella Stonata: luci viola, odore di patatine stantie e quella fiducia collettiva nell'idea che tutti, prima o poi, dovrebbero cantare davanti agli altri. Lei no. Lei era lì per sopravvivere.

Si era seduta in fondo, strategica, dietro un vaso finto di ficus che non convinceva nessuno, ma almeno faceva da barriera morale. Ogni tanto annuiva, sorrideva al momento giusto e sperava che la serata scorresse come una canzone mai iniziata. Poi successe il gesto più innocente del mondo: un prurito al naso, una mano che sale, un attimo, e il presentatore che interpretava la realtà come un fanatico dell'entusiasmo. «Urrà, ecco la volontaria!»

La mano di Lidia era ancora a metà tra il naso e il vuoto cosmico quando il pubblico decise che sì, era un destino, e così si trovò sul palco, sotto una luce che non perdona nessuno. Dentro la palla da discoteca appesa sopra il soffitto — sì, proprio dentro — si erano nascosti da ore un piccolo Magikito folletto, Rimbalzina, e il suo Animagikito pappagallo, Sberlao. Rimbalzina aveva la capacità di far tornare indietro tutto ciò che veniva detto, ma leggermente storto, come un pensiero che ha fatto un giro un po' troppo lungo. Sberlao imitava tutto quello che sentiva, sempre con un mezzo secondo di ritardo e una nota di sarcasmo.

«Senti già la frattura emotiva?» chiese Rimbalzina, dondolandosi tra i riflessi spezzati. «Emotiva, emotiva, emotiva», rispose Sberlao, con l'eco di se stesso che arrivava sempre in ritardo, come un pensiero che non ha trovato parcheggio. E intervennero, non per salvare la situazione, per ascoltarla meglio.

Lidia scelse la canzone più sicura che conoscesse, una vecchia hit italiana cantata mille volte sotto la doccia. Ma il karaoke partì male: l'impianto aveva un difetto, un'anima pigra, mezzo secondo di ritardo. La sua voce usciva e subito dopo tornava indietro, come un eco stanco che non ha deciso se è d'accordo con lei. «Amore mio», cantò Lidia. «Mio», rispose la sala con la sua voce. Si fermò un istante troppo tardi: aveva già perso il filo.

Rimbalzina sorrise. «Adesso». E il mondo fece un piccolo scarto, non di magia grande, di quelle che sembrano errori tecnici. Il ritardo si sdoppiò, diventò tre ritardi diversi: uno anticipato, uno perfetto e uno indeciso. Lidia si ritrovò a cantare contro se stessa. Una versione della sua voce andava avanti, sicura; una tornava indietro con un'aria un po' confusa; una cercava di correggere le altre due come una collega ansiosa. «Amore mio, mio, mio», si moltiplicò nella stanza.

Lei accelerava per inseguirsi, poi rallentava per capire quale fosse quella giusta, poi si arrabbiava con la propria voce. Il risultato fu una cosa impossibile: tre versioni della stessa strofa, cantate nello stesso istante, come se tre Lidia diverse stessero litigando con il microfono. Il pubblico rimase in silenzio, poi qualcuno iniziò a ridere, poi qualcun altro a battere le mani, ma a tempo sbagliato, poi tutti, non per scherno, perché era diventato inevitabilmente interessante.

Sberlao era in estasi. «Tre, tre, tre», ripeteva, sbagliando sempre un po' il numero. Rimbalzina si teneva la pancia. «Non sta cantando male», disse. «Sta cantando contemporaneamente a tutte le sue paure». E qualcosa si sciolse.

Lidia smise di inseguire il proprio ritardo e lasciò che accadesse. Non provò più a sincronizzarsi. Cantò storta, cantò doppia, cantò sua. E la canzone smise di essere un esame: diventò una stanza dove si poteva respirare. Quando l'ultima nota finì, ci fu un secondo di sospensione, poi un applauso vero, non da karaoke, ma da gente sorpresa.

Lidia scese dal palco con le guance calde e un sorriso che non aveva mai previsto. «Non ho mai cantato così», mormorò. «Non così bene, almeno», aggiunse qualcuno ridendo. Ma lei rise con loro. Rimbalzina fece un inchino teatrale: «Missione disallineamento riuscito». «Riuscito, riuscito, riuscito», aggiunse Sberlao.

Poi i due scivolarono via tra i riflessi spezzati della sala. Il karaoke riprese, ma qualcosa era cambiato: la gente iniziò a cantare meno perfetta e più vera. Qualcuno sbagliava apposta, per vedere cosa succedeva; qualcun altro smise di temere il ritardo e iniziò a inseguirlo come fosse un gioco. Lidia tornò al suo posto senza più nascondersi dietro il ficus finto e si accorse di una cosa semplice, stranissima: che a volte non è il ritmo giusto a farti sentire in sintonia, ma il coraggio di restare dentro anche quando vai fuori tempo.

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