Lentina al matrimonio. «Se qualcuno mi fotografa solo da sopra, sembro identico dieci anni fa», ma Alessandro pronunciò quella frase con la pancia tirata dentro così forte che perfino il suo orologio sembrò trattenere il respiro. Davanti allo specchio della villa combatteva una battaglia silenziosa contro il bottone centrale della giacca. Tirò da una parte, spinse dall'altra, ispirò, ancora un po', e il bottone entrò nell'asola. Vittoria. La giacca, però, emise una piega sospettosa che sembrava dire: «Ne riparliamo tra mezz'ora».

Nel grande salone del ricevimento, lampadari di cristallo galleggiavano sopra i tavoli coperti di rose bianche e candele. I camerieri passavano leggeri come pattinatori, gli sposi sorridevano tutti. Tutto era impeccabile. Troppo impeccabile. Le persone controllavano continuamente il vestito, la cravatta, il trucco, la postura, le scarpe: parevano più impegnate a non sbagliare che a divertirsi.

Da una composizione floreale alta quasi quanto una persona, nascosta tra le ortensie color panna e rami di eucalipto, una minuscola creaturina osservava la scena. Era Lentina, una Magikita fata arrivata da Taramondi. Indossava una giacca cucita con vecchi nastri da regalo recuperati dai cestini delle cerimonie e portava una cintura fatta con linguette di lattine argentate. I suoi capelli erano raccolti da una corona di minuscole mollette da sarta.

Lentina aveva un talento molto particolare: sentiva le cose troppo strette. Un nodo nella gola, una preoccupazione, una promessa che pesava, perfino un bottone che stava soffrendo. Accanto a lei sonnecchiava il suo Animagikito, un riccio chiamato Puntaspina. Sul dorso portava infilati dei pezzetti di nastro color avorio che sembravano piccole bandiere da festa.

Lentina inclinò la testa. «Oh, poveretto!» sussurrò. Il bottone centrale della giacca di Alessandro stava mandando segnali di emergenza da almeno venti minuti. Poi arrivò lo zio Ernesto, ogni famiglia ne possiede uno: quello che racconta barzellette anche quando nessuno gliele ha chieste. «Sapete perché il piccione non va mai in vacanza?» domandò. Il tavolo si preparava al peggio.

Lo zio Ernesto sorrise. Pronunciò la risposta. Alessandro scoppiò a ridere. Non una risata educata, non una risatina da ricevimento. Una risata vera, con le spalle, con il petto, con tutta la pancia che stava cercando di nascondere. Il bottone prese una decisione storica. «Sprong!» Partì, come una stella cadente, come un tappo di spumante, come un campione olimpico del lancio del bottone. «È partito!» gridò Lentina.

Puntaspina si rizzò in piedi così in fretta che due nastrini gli volarono via dalle spine. Il bottone attraversò il salone. Colpì un cristallo del lampadario. Rimbalzò contro una catenella dorata. Girò su se stesso come una monetina impazzita e precipitò verso la coppa di champagne. La coppa cominciò a ruotare lentamente. «Fai più veloce!» «Fai velocissima!» Sembrava una ballerina che avesse dimenticato come fermarsi.

Un cameriere cercò di afferrarla, mancò la presa. La coppa eseguì una curva elegante e lasciò cadere una goccia di champagne sulla torre di bicchieri preparata accanto agli sposi. Una sola goccia. Bastò. Il primo bicchiere oscillò. Il secondo traballò. Il terzo si inclinò. L'intera torre iniziò ad ondeggiare. Centinaia di occhi si spalancarono. Qualcuno trattenne il fiato, qualcuno chiuse già gli occhi aspettando il disastro.

E fu allora che Lentina sentì qualcosa. Non il bottone: le persone. Tutti, quella sera, stavano trattenendo qualcosa. Alessandro la pancia, la madre dello sposo l'emozione, la damigella la paura di inciampare. Gli sposi, la preoccupazione che tutto fosse perfetto. Perfino lo zio Ernesto tratteneva una terza barzelletta che probabilmente nessuno voleva ascoltare.

«Oh», disse la fata, «non è il bottone ad essere troppo stretto». Puntaspina annuì nel suo modo da riccio, facendo tintinnare i nastrini. Lentina estrasse dalla tasca un minuscolo rocchetto di filo argentato. Lo fece girare. Una volta, due, tre. Poi soffiò. Decine di fili luminosi partirono nell'aria. Si posarono sui papillon, sui polsini, sulle cinture, sulle pieghe degli abiti, ma soprattutto sulle preoccupazioni. Con un delicatissimo clic le allentarono, appena appena, quanto basta.

Il padre della sposa smise di sistemare la cravatta ogni trenta secondi. Una zia si tolse finalmente le scarpe comodissime. Un bambino smise di preoccuparsi della camicia macchiata di gelato. Gli sposi si guardarono e scoppiarono a ridere, una risata contagiosa, una risata che attraversò il salone più veloce del bottone.

Nel frattempo la torre di bicchieri compì qualcosa di straordinario. Invece di crollare, oscillò all'unisono, destra, sinistra, destra, sinistra, destra, sinistra, come se stesse ballando un valzer. Poi ogni bicchiere tornò esattamente al proprio posto. Silenzio. Un secondo, due, e infine un applauso gigantesco. La tensione si ruppe, come un filo troppo tirato. La festa esplose davvero.

Gli invitati ballarono, i camerieri risero, persino lo zio Ernesto raccontò un'altra barzelletta. Era terribile, ma quella sera nessuno se ne preoccupò. Quanto al bottone traditore, concluse il suo viaggio atterrando al centro della torta nuziale. Una bambina lo trovò poco dopo. «Guardate!» gridò. «La torta ha deposto un uovo!» Fu la frase più applaudita della serata.

Dalla composizione floreale, Lentina si appoggiò soddisfatta a una rosa. Puntaspina si acciambellò accanto a lei. Sotto di loro il ricevimento brillava di risate vere, quelle che non hanno bisogno di stare dritte, eleganti o perfette. Poi la Magikita e il suo compagno sparirono tra i petali senza lasciare traccia, tranne forse un leggerissimo sollievo nell'aria. Perché le feste più belle non sono quelle dove tutto resta al proprio posto, ma quelle dove finalmente tutti possono essere se stessi.

0:00

Questa storia appare anche in

Il tuo carrello: 0,00 € (0 prodotti)