Scattino e Obiettiva nel Parco degli Animali Curiosi.
«Lo scoiattolo mi guarda già da lontano. Lo sento!» Il signor Ernesto aveva pronunciato quella frase con la sicurezza di chi non ha mai avuto uno scoiattolo né vicino né lontano, ma che ha deciso che, da quel giorno in poi, avrebbe avuto anche quello nel curriculum. Il corso di fotografia naturalistica si teneva nel Parco della Città, tra panchine scrostate e alberi che sembravano messi lì apposta per essere immortalati. Un istruttore spiegava l'importanza del silenzio, della pazienza, della distanza giusta tra umano e fauna. Ernesto non ascoltava. Aveva già scelto la sua verità.
Lui e gli animali avevano un'intesa speciale. «Bastano le noccioline giuste», diceva, scuotendo un sacchettino come se fosse una bacchetta diplomatica. E infatti si piazzò vicino al grande quercione, caricò il terreno di noccioline con metodo militare e puntò la macchina fotografica come un cecchino emotivo.
Dietro il tubo di un binocolo dimenticato su una panchina, rigato, appannato, un po' storto, qualcuno rideva già da prima che succedesse qualsiasi cosa. Erano in due: Magikitos, Scattino e Obiettiva. Scattino aveva il corpo fatto di vecchie ghiere di obiettivi fotografici e una salopetta cucita con pellicole sviluppate male. Obiettiva, invece, portava un mantello di microlenti rotte, che riflettevano tutto in modo semplicemente sbagliato, come se il mondo avesse sempre un secondo significato nascosto. Sentivano le emozioni come messe a fuoco. Quando qualcuno voleva controllare troppo, l'immagine si deformava da sola.
«Quest'uomo non fotografa», sussurrò Obiettiva con un tintinnio di vetro leggero. «Insegue approvazioni». Scattino rise. «Allora il parco oggi avrà una bella esposizione». E intervennero.
Ernesto scattò la prima foto, proprio mentre lo scoiattolo, teoricamente invitato, non arrivava. «Vedi? Sta arrivando», disse lui, mentre un piccione gli atterrava sulla spalla senza invito. Il problema fu che le noccioline non attirano mai uno scoiattolo: attirano il concetto stesso di animale interessato. Nel giro di pochi minuti, il prato si trasformò in una convocazione generale. Piccioni in formazione compatta, anatre provenienti dal laghetto come piccole imbarcazioni indignate, tre cani senza guinzaglio che avevano deciso di partecipare per curiosità democratica e, infine, una capra scappata da una fattoria didattica che arrivò trotterellando come se avesse ricevuto un invito ufficiale.
Ernesto era felice. «Perfetto, natura autentica». Scattino, nel tubo del binocolo, stava già piangendo dal ridere. Ma Obiettiva stava lavorando. Con un minuscolo movimento fece scorrere le sue lenti interne come un vecchio carrello di pellicola. Il mondo cambiò la messa a fuoco. Non erano più animali attratti da noccioline: erano animali che si riconoscono tra loro. E questo, nel linguaggio dei Magikitos, significava caos affettuoso.
I piccioni iniziarono a coordinarsi con le anatre, i cani si sentirono improvvisamente parte di una commissione ufficiale. La capra decise di essere il punto focale della composizione. Ernesto alzò la macchina fotografica. «Questa sarà la mia opera definitiva». Click.
Solo che non si vedeva più Ernesto. O meglio, si vedeva la sua presenza, ma non la sua forma. Perché, nel momento dello scatto, tutto ciò che cercava di controllare venne gentilmente reinterpretato dagli animali. La composizione finale della foto mostrava una nube viva: ali, zampe, piume, baffi, code e corna intrecciati come una tempesta ordinata. Nel centro, completamente inglobato, Ernesto non era scomparso, era diventato parte del movimento. Un'ombra umana felice, indistinguibile, ma perfettamente integrata.
Silenzio. Poi il gruppo del corso si avvicinò. «È incredibile», disse l'istruttore. «È come se la natura avesse deciso da sola la composizione». Ernesto abbassò lentamente la macchina fotografica. Non parlò subito. Strano per lui. Poi sorrise. Non con il sorriso di chi ha vinto, ma di chi ha smesso di vincere contro tutto.
«Credo che li stessi inseguendo», disse piano, «quando invece stavano solo passando». In quell'istante il parco cambiò temperatura. I cani si sdraiarono senza motivo. Le anatre tornarono al laghetto, come se avessero finito una riunione importante. La capra si fece fotografare da un bambino, per gentilezza. E la gente del corso iniziò a scattare foto senza cercare la perfezione, solo la sorpresa.
Nel tubo del binocolo, Scattino e Obiettiva si tenevano la pancia. «Missione messa a fuoco riuscita», disse Scattino. «Missione controllo sfocato», rispose Obiettiva, ancora ridendo. Ernesto, poco più in là, stava mostrando a un ragazzino come tenere la macchina non per catturare, ma per aspettare. E per la prima volta non sembrava un esperto. Sembrava qualcuno che aveva appena iniziato a vedere davvero.
I due Magikitos si scambiarono uno sguardo. Poi scivolarono fuori dal tubo del binocolo, leggeri come riflessi. E, prima di sparire tra l'erba e le ombre del parco, lasciarono dietro di sé una sola certezza silenziosa: che a volte la foto migliore non è quella che prendi, ma quella che ti lascia entrare dentro.