Nel deserto innevato di Brino Oriente, una carovana stanca va avanti senza più sorrisi.
A osservarla c'è Spaghettina, una piccola papera blu legata ai Magikitos.
Quando qualcuno desidera un pasto che sappia di festa, la notte cambia tutto.

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La storia

Spaghettina nel deserto innevato. Nel deserto di Brino Oriente il vento non faceva fiuuuu, ma faceva cric, perché lì la sabbia era neve. Distese enormi di dune bianche, gelate, scricchiolanti sotto gli stivali, illuminate da un sole azzurro pallido, che sembrava dimenticarsi sempre di scaldare davvero.

In mezzo a quel gelo assurdo avanzavano lentamente le carovane dei cercatori di ghiaccio, persone infagottate fino agli occhi che trasportavano casse, corde e musi lunghi, molto lunghi. Nessuno parlava quasi mai: troppa fatica, troppo freddo, troppa stanchezza accumulata. Ogni sera le tende venivano montate in silenzio, le zuppe trangugiate senza gusto e tutti crollavano a dormire guardando il vuoto.

L'unica eccezione era una papera blu. Compariva ogni tanto tra le dune, camminava dondolando, qua qua, e spariva. I ricercatori dicevano che portasse fortuna, ma nessuno l'aveva mai presa sul serio. Quello che nessuno sapeva era che quella papera si chiamava Spaghettina ed era un Animagikito della famiglia dei Magikitos, minuscola, con piume blu cobalto e una sciarpa fatta di fili di lana recuperati dalle vecchie calze da neve dei viaggiatori. Sul dorso portava sempre un pentolino di rame legato con lo spago.

Le papere magiche di Taramondi hanno un dono raro: sentono quando la gente smette di avere fame e felicità. E lì, nel deserto, il silenzio aveva ormai il sapore del cartone bagnato. Spaghettina osservava tutto da giorni, soprattutto Cesare, il capo carovana: un uomo enorme, coi baffi pieni di ghiaccioli e il carattere duro come pane congelato. Organizzava il gruppo senza cattiveria, ma senza allegria: «Più veloci, non fermatevi, consumate meno brodo, niente pause inutili.» Perfino quando raccontava una barzelletta, lui rispondeva: «Eh».

Una sera il vento peggiorò, le tende tremavano e la zuppa era annacquata, come neve sciolta male. Un bambino guardò la scodella e sospirò: «Vorrei mangiare qualcosa che faccia festa.» Spaghettina sentì quella frase e, tac, spalancò il becco. «Oh, finalmente!»

Quella notte sgattaiolò tra le casse della cucina e si mise al lavoro. Dal suo pentolino tirò fuori una polvere dorata, fatta di semola magica, briciole di parmigiano e minuscoli fiocchi di sole essiccato. Poi saltò sulla pentola del brodo, girò il mestolo con le zampette, e successe: dal brodo cominciarono a uscire spaghetti lunghissimi e vivaci, che saltavano fuori dalla pentola come molle impazzite. Uno si annodò a una lampada. Un altro fece il cappio intorno agli scarponi di Cesare.

La mattina dopo, la carovana si svegliò nel caos più meraviglioso del mondo. Gli spaghetti erano dappertutto, appesi alle slitte, intrecciati nelle corde, penzolanti dalle tende come festoni da compleanno. «Ma cosa sta succedendo?» urlò Cesare, mentre cercava di liberarsi un noodle dalla barba stracciata. Ma il peggio doveva ancora arrivare, perché gli spaghetti ballavano: piccoli saltelli ritmici sulla neve, plop, plop, splang, plong, plong.

Un bambino scoppiò a ridere così forte da rotolarsi nella neve. Una donna iniziò a usare due mestoli come bacchette per accompagnare il ritmo. Perfino i cammelli da ghiaccio sembravano confusi ma interessati. Spaghettina, nascosta dietro uno stivale rovesciato, agitò le ali soddisfatta, e allora la magia fece il colpo finale.

Ogni volta che qualcuno assaggiava uno di quegli spaghetti, sentiva un calore preciso. Non solo nella pancia. Dentro. Un sapore di casa, di tavolate rumorose, di gente che si passa il pane, di qualcuno che ti dice: «Prendine ancora.» Cesare mangiò controvoglia il primo boccone. Poi si fermò. Il gusto gli ricordò la madre, le domeniche da bambino, la cucina pannata, le risate.

Poi guardò il gruppo infreddolito attorno al fuoco e finalmente fece una cosa che non faceva da anni: rise. Una risata enorme. «Va bene», disse, asciugandosi gli occhi per colpa del vento. «Oggi pausa lunga. E chi trova altri spaghetti li porti qui.» La carovana esplose in un vuoto felice. Qualcuno tirò fuori un formaggio dimenticato nello zaino, qualcun altro spezie. Un ragazzo improvvisò polpette usando pane secco e neve compressa. Non erano buonissime, ma nessuno se ne lamentò.

Per ore mangiarono, parlarono e raccontarono storie davanti al fuoco, mentre fuori il deserto innevato brillava azzurro sotto il cielo. E la papera blu? Spaghettina passeggiava soddisfatta tra le pentole vuote, lasciando minuscole impronte sul ghiaccio. Perché anche nei posti più freddi del mondo c'è sempre spazio per qualcosa che fuma, profuma e riunisce tutti attorno allo stesso tavolo.

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