Nell'antica stamperia dei tetti, la pressa idraulica della bottega calava sulla carta con un tonfo sordo che faceva vibrare i vetri coperti di fuliggine. L'aria, in quel sottotetto, era densa, impregnata di un odore pungente di acquaragia, olio di lino e polvere di piombo riscaldata. Sotto la luce fioca delle lampade a sospensione, i lunghi tavoli di legno mostravano pile di volumi commerciali ancora da rilegare, tutti uguali e privi di anima.
Dietro al bancone principale, il mastro stampatore Vittorio sistemava i blocchi di metallo nei telai con dita rapide e prive di cura. Era un uomo consumato da una noia mortale, da una routine che spegneva ogni slancio. Contava i fogli impressi con un contatore meccanico e rimproverava i suoi due giovani aiutanti, Federico e Silvia, per ogni minima sbavatura, comunicando con un distacco che toglieva tutta la bellezza a quel mestiere. «La precisione è l'unica cosa che conta. Se saltate una riga o distanziate male i caratteri, l'intero lotto andrà al macero», sentenziava senza mai guardarli in faccia, diffondendo un'atmosfera di pura ansia tra gli scaffali.
Nascosto dentro il guscio di un vecchio orologio a cucù fuori uso, appeso alla parete di mattoni, un paio di occhietti vispi non si perdeva un movimento. Era Sguscino, un Magikito della famiglia dei Folletti, piccolo come una scatola di fiammiferi. Indossava una camicina strampalata, ricavata interamente da un ritaglio di vecchia tela cerata da legatore, fissata con un filo di canapa, e in testa portava un copricapo ricavato da una scorza di castagna essiccata. Sguscino captava la tristezza e il senso di inadeguatezza dei due ragazzi come un vento freddo che gli spettinava i ciuffetti. I Folletti avvertono le ombre del cuore e intervengono, e lui adorava usare trucchi concreti per dare una spallata alla rigidità che soffoca la fantasia.
«Quest'uomo imprime la carta con l'inchiostro del disprezzo», pensò il Folletto. «Ci vuole una miscela speciale per rimettere in circolazione l'estro». Sgattaiolò fuori dall'orologio, muovendosi invisibile tra i barattoli. Sul piano dei solventi, proprio accanto ai rulli di gomma di Vittorio, c'era una boccetta di colla vegetale, usata per le copertine. Sguscino vi saltò sopra. Tirò fuori dalla giubba una boccetta di linfa di betulla di Taramondi, ne versò tre gocce dorate nel flacone e ci soffiò sopra un pizzico di polline di tarassaco. Clac-toc! La magia si innescò con un ritmo sorprendente.
Quando Vittorio passò il rullo imbevuto di quella miscela per imprimere la pagina iniziale di un pesante registro contabile, il foglio reagì in modo imprevedibile. Dalla pressa iniziò a sprigionarsi una nebbiolina sottile che profumava intensamente di menta piperita, corteccia bagnata e pane alle noci caldo. Sotto lo sguardo stupito dei ragazzi, le lettere di piombo impresse sulla carta iniziarono a germogliare. I tratti neri dell'alfabeto si dilatarono, trasformandosi in una serie di incredibili e assurde ramificazioni vegetali tridimensionali. Piccoli fili d'erba luminosi e petali color indaco presero a fiorire direttamente dalle parole, estendendosi lungo i margini del volume e liberando un sussurro melodico che ricordava il fruscio del vento tra i cespugli di un bosco.
La noia che irrigidiva i gesti di Vittorio si sgretolò in un istante, sostituita da uno stupore purissimo. I suoi occhi si riempivano di una meraviglia che non provava da quando, da ragazzo, aveva scoperto il fascino della stampa artigianale. Il risveglio travolse l'intera stamperia con una coralità dirompente. Silvia, vedendo quei caratteri fioriti che respiravano sulla pagina, tese le dita e ne sfiorò uno. La consistenza velutata della pianta le strappò una risata limpida che ruppe ogni barriera tra loro.
Vittorio, completamente trasformato, invitò i ragazzi al bancone principale, passando loro i caratteri più antichi e iniziando a comporre insieme poesie libere, ballando tra i telai e sperimentando con inchiostri colorati senza più l'incubo del calcolo. La stamperia grigia era diventata un laboratorio di pura allegria e complicità.
Dall'alto dell'orologio a cucù, Sguscino contemplava quella festa improvvisata tra le presse e i caratteri mobili, godendosi lo spettacolo. Il suo tocco giocherellone aveva raddrizzato l'anima del laboratorio. Si sistemò il copricapo di castagna, fece una risatina soddisfatta e si infilò nella borsa dei fogli da spedire, pronto per la prossima avventura. Perché a volte basta far germogliare un'idea fuori dagli schemi per ricordarsi che la pagina più bella della vita è quella che sappiamo scrivere insieme, ridendo.