In una città dove le finestre volano ogni notte, tutto sembra essersi fatto grigio e silenzioso.
Fiordifuso, una Magikita folletta, e Gorgonzolo, il suo Animagikito furetto, capiscono che la gioia si è inceppata.
Per rimetterla in moto, servirà un'idea assurda e molto, molto filante.

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La storia

Fiordifuso alla città delle finestre volanti.

La prima finestra si staccò dal palazzo alle 7 e 12 del mattino, proprio mentre la signora Bianca stava urlando contro un tostapane. Non era nemmeno un urlo enorme, più quel genere di rabbia stanca che si accumula nei cassetti insieme agli elastici secchi e ai bottoni spaiati. «Brucia tutto!» sbottò, agitando una fetta di pane nera come il carbone. «Persino l'aria qui!» «Dentro s'ha da bruciato!» E aveva ragione.

Nella città delle finestre volanti, le case sembravano cambiare quartiere ogni notte. Le finestre mollavano i cardini con piccoli clac metallici e svolazzavano sopra i tetti come grossi aquiloni di vetro, andando a posarsi dove tirava il vento. Per questo motivo nessuno teneva mai le tende belle, tanto il panorama cambiava continuamente. Un giorno vedevi il mare, quello dopo il retro di una lavanderia con mutande gigantesche stese al sole.

Ma da settimane le finestre volavano basse, lentissime, grigie. E gli abitanti pure. I bar servivano caffè in silenzio. I tram cigolavano senza chiacchiere. Persino i gabbiani sembravano annoiati.

Dietro la macchina del pane tostato della signora Bianca, nascosta in una scatola di biscotti al burro, qualcuno si lisciò i baffetti con aria preoccupata. Era Fiordifuso: una Magikita folletta, piccola come un telecomando, con una giacca cucita usando vecchie tovagliette da caffetteria e una cintura fatta di linguette metalliche delle confezioni di formaggio spalmabile. Sul cappello portava infilate tre minuscole forchettine da dolce, piegate come antenne.

Fiordifuso aveva un talento particolare. Sentiva quando la gioia delle persone si appiccicava da qualche parte invece di circolare. E lì, in quella città sospesa e stanca, la felicità era bloccata, peggio di uno scarico intasato. Al suo fianco sbucò una creaturina morbida e tonda, Gorgonzolo, il suo Animagikito furetto. Aveva il pelo chiazzato bianco e bluastro come certe muffe nobili dei formaggi stagionati e una passione sfrenata per infilarsi nei tubi di aerazione.

Sniffò all'aria. Poi fece una faccia scandalizzata. Protestò nel suo linguaggio da bestiolina. «Lo so», sussurrò Fiordifuso, «qui dentro manca qualcosa di filante». E le venne un'idea talmente assurda che si mise a ridere da sola: quella risatina corta da folletto che significa guai meravigliosi per qualcuno.

Quella notte aspettò che tutta la città si addormentasse. Le finestre, una dopo l'altra, si staccarono dai muri con i soliti clac-flip-toc-toc, ma invece di prendere il largo nel cielo si fermarono. Perché Gorgonzolo, correndo invisibile tra le grondaie, aveva spalmato sui cardini una crema filante preparata da Fiordifuso usando vapore di cappuccini, sale marino e formaggio fuso rubacchiato da tre panini dimenticati in stazione. Slurp.

Le finestre restarono appiccicate tra loro, una all'altra, una all'altra ancora. Nel giro di pochi minuti tutta la città si ritrovò collegata da una gigantesca catena ondeggiante di finestre, unite da fili elastici e lucenti come una collana volante impazzita.

Quando arrivò l'alba, successe il caos. «Perché io ho il soggiorno attaccato a una pescheria?» «Chi è che sta suonando il trombone davanti al mio bagno?» «Scusate, il mio gatto è entrato nella finestra sbagliata?» Le persone si sporgevano ridendo, protestando, parlando tra sconosciuti da una finestra all'altra. Una vecchia sarta passò biscotti a una tassista tre piani più in là usando una racchetta da tennis. Due bambini organizzarono una gara di aeroplanini tra un attico e una lavanderia. Un signore timidissimo finì per bere il caffè con una violinista che abitava dall'altra parte della città e che non avrebbe mai incontrato altrimenti.

E la signora Bianca? La signora Bianca si ritrovò con una cucina collegata direttamente alla caffetteria del porto. Dall'altra parte della finestra c'era Omar, il proprietario, che stava litigando con una montagna di toast bruciati. «Anche i tuoi?» chiese lei senza pensarci. Omar, al solo sguardo, scoppiò a ridere. «Credo che oggi i tostapane siano contro di noi.» Fu una risata minuscola, ma bastò.

Fiordifuso, nascosta sopra un'insegna luminosa insieme a Gorgonzolo, sentì la città vibrare come una tazza troppo piena. Le finestre cominciarono a salire, prima piano, poi sempre più in alto. Il vento si infilò tra le case con un profumo nuovo: pane caldo, salsedine e qualcosa di allegro che non aveva nome. Persino i gabbiani tornarono a strillare come matti.

Quella sera nessuno chiuse le tende. La gente restò affacciata a chiacchierare da una finestra all'altra, mentre le luci galleggiavano sopra la città come lanterne. Omar offrì toast gratis a mezzo quartiere. La signora Bianca insegnò a una bambina come non bruciare il pane, usando il burro ai bordi. Qualcuno tirò fuori una fisarmonica, qualcun altro ballò in pigiama sul davanzale.

E nel mezzo di tutta quella baraonda felice, Fiordifuso diede un buffetto sul naso di Gorgonzolo. «Visto?» gli sussurrò. Il furetto si arrotolò soddisfatto dentro una tazza gigante da cappuccino lasciata su un tetto. Sotto di loro centinaia di finestre continuavano a volare leggere nel cielo viola della sera, finalmente, senza paura di sbattere l'una contro l'altra.

Perché certe città non diventano più felici quando ognuno trova il posto giusto, diventano felici quando, per sbaglio o per magia, si accorgono di essere già appiccicate insieme.

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