Alla fermata del bus di Via delle Magnolie, la pioggia ha incollato tutti al proprio malumore.
Ma Briciola, una Magikita folletta, e Ticchetta, il suo Animagikito, decidono di intervenire.
Bastano poche briciole dorate perché l’attesa si trasformi in qualcosa di molto diverso.

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La storia

Briciola alla fermata del bus. «Se perde ancora glitter sul sedile, giuro che scendo e torno a casa a piedi.» La ragazza col violino stringeva la custodia sulle ginocchia, come se contenesse una bomba. Accanto a lei, un omino in giacca e cravatta sbuffò senza nemmeno alzare gli occhi dal telefono.

Pioveva da tre giorni sulla fermata del bus di Via delle Magnolie e la pensilina sembrava aver assorbito tutto il malumore del quartiere. Le persone arrivavano stanche, si sedevano in silenzio e fissavano l'asfalto come se aspettassero non un autobus, ma una brutta notizia. C'era chi litigava per mezzo centimetro di panchina, chi sospirava guardando l'orologio ogni otto secondi, chi parlava al telefono usando la voce da «la mia vita è una tragedia greca eppure ritardo».

Poi arrivò il signor Cesare, scarpe lucidissime, ombrello enorme, faccia da limone dimenticato sul termosifone. Si infilò sotto la tettoia borbottando contro chiunque. «Troppo stretti, troppa pioggia, troppo rumore, troppi giovani», e quando vide la violinista asciugarsi il naso con la manica aggiunse pure: «È troppo dramma».

Dietro il distributore automatico delle bibite, però, qualcuno aveva già drizzato le orecchie. Briciola, una Magikita folletta con un cappotto cucito usando pezzi di tovaglie da picnic e bottoni di biscotti secchi, stava seduta sopra una lattina schiacciata come fosse un trono. Aveva le guance sporche di zucchero a velo e un marsupio pieno di briciole luccicanti. Accanto a lei dormicchiava il suo Animagikito, una gazza minuscola di nome Ticchetta, famosa a Taramondi per rubare soltanto cose tristi: biglietti mai spediti, orecchini persi, foto piegate, ricevute di fiori comprati troppo tardi.

Ticchetta aprì un occhio. La fermata odorava di pioggia fredda e giornate storte. «È tutta roba appiccicata», sussurrò Briciola. «Questi qui si stanno dimenticando come si aspetta insieme». E allora si mise al lavoro.

Saltò dentro il distributore automatico, aprì il suo marsupio e cominciò a soffiare briciole dorate dentro il sistema di ventilazione. Le briciole svolazzarono nell'aria umida e si posarono sulle persone senza farsi notare. Prima sulle scarpe, poi sulle maniche, poi sulle parole.

Successe una cosa stranissima. Ogni volta che qualcuno sbuffava, dalla bocca gli usciva una piccola nuvoletta profumata. Non fumo: profumo. Cannella, pane caldo, marmellata, popcorn, cioccolata fusa. L'omino in cravatta protestò contro il ritardo del bus e dal naso gli partì una zaffata di tiramisù così potente che una bambina applaudì. La violinista sbottò: «Che giornata orribile», e l'aria si riempì di odore di zucchero filato. Perfino il signor Cesare, quando brontolò «ma che gioia», liberò una scia gigantesca di ragù della domenica.

Silenzio. Poi qualcuno rise, una risata piccola, poi un'altra. «Scusi, ma lei sa di lasagna?» disse la violinista al signor Cesare. Lui cercò di mantenere la sua faccia seria, resistette tre secondi, quattro, al quinto scoppiò a ridere così forte che gli si appannarono gli occhiali.

Da quel momento fu il disastro più felice della settimana. La gente iniziò a parlare solo per scoprire che odore aveva. «Io? Limone! Menta! Oddio! Qualcuno sa di polpette!» Perfino il bus, quando finalmente arrivò con le porte cigolanti, sembrò entrare nella festa. L'autista starnutì e l'abitacolo si riempì di profumo di caffè appena macinato.

Ticchetta svolazzava sopra la fermata, rubando i vecchi biglietti accartocciati dal cestino e lasciandoli cadere come coriandoli. Il signor Cesare finì seduto accanto alla violinista. Le chiese cosa suonasse. Lei tirò fuori lo strumento. «Solo se promette di non dire: “Troppo rumore”.» «Dipende», rispose lui. «Se fai uscire odore di parmigiana mentre suoni, siamo a posto.»

E quando il bus ripartì sotto la pioggia, dentro sembrava di stare nella cucina gigantesca di qualcuno che voleva bene a tutti. Dal tetto della pensilina, Briciola osservava le luci allontanarsi con le mani infilate nelle tasche. Ticchetta le si posò sulla spalla, con un bottone rubato chissà dove. La folletta sorrise, perché ci sono attese che diventano meno pesanti nel preciso momento in cui smettono di essere solo nostre.

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