Úrsula
Venne in vacanza nel novantacinque e sono trent’anni che sta lì
Tutto si poteva fare lentamente tranne una cosa.
Pulire, puntellare, togliere i rovi, tappare la finestra con una plastica: quello poteva aspettare. Ma dal buco di dietro del tetto entrava l’acqua, e finché entrava acqua, tutto quello che facevano se lo sarebbe mangiato l’umidità.
E l’acqua aveva una data.
Quello lo disse Trini, senza che nessuno le chiedesse niente, mentre gli batteva alla cassa una scopa: che in quel paese pioveva per davvero a partire da ottobre e che a ottobre non sale nessuno su un tetto.
Erano a metà luglio.
Il tetto costava soldi, che era l’altra metà del problema e quella che non si sistema guardando video. Axel fece i conti sul retro del quaderno di Eva, che glielo prestò senza dire niente. Ardesia vecchia recuperabile, la metà. Listelli, tela bituminosa, chiodi, quattro travi. Gli venne una cifra e la cancellò. Gli venne di nuovo e la cancellò un’altra volta.
La terza non la cancellò. Millequattrocentosessanta euro, contando l’ardesia che si poteva recuperare e senza contare la manodopera, perché la manodopera erano loro.
Sul conto gli restavano milleottocento e qualcosa. Quello era tutto quello che c’era: quello che aveva risparmiato il giorno in cui si era alzato dal pavimento della sua cucina, meno quattro mesi di due persone a piedi. Dietro non c’era altro. Niente stipendio, niente casa da vendere, nessuno a cui chiederlo.
«Fammi vedere», disse Eva.
«Non serve.»
«Fammi vedere, insomma.»
Glielo diede. Lei guardò la cifra, guardò il tetto, e gli restituì il quaderno.
«Manca la mia», disse.
«La tua cosa?»
«Che dormo qui anch’io.»
«Eva, tu non hai…»
«Lo so io quello che ho.» Riprese il quaderno, scrisse qualcosa sotto e lo chiuse. «Là ce l’hai annotato. E quando avrò, lo metto.»
E Axel non discusse.
Passò tre giorni a guardare video col telefono appoggiato a una pietra e una tacca di copertura. E il quarto giorno comparve una donna sulla porta: bionda ingrigita, coi capelli tagliati alla grossa, di una cinquantina e più, con una tuta da lavoro azzurra e degli stivali di gomma.
«Buongiorno. Sono quella della casa verde.»
Parlava spagnolo perfettamente, ma con un accento che le si impigliava nelle erre e con un vocabolario di paese che non c’entrava niente con la sua faccia.
«Mi ha detto la Trini che state col tetto.»
«Ci stiamo.»
«E sapete farlo?»
Axel ci pensò.
«No.»
«Bene.» Annuì, soddisfatta. «Quello sta bene. Quello che dice che sa è quello che te lo fa male.»
Si chiamava Úrsula ed era da trent’anni in paese. Lo raccontò mentre saliva la scala di pietra davanti a loro, dando colpi sui gradini col tallone per vedere quali tenevano.
«Io venni in vacanza. Nel novantacinque. Con ventiquattro anni e un furgone.»
«Da dove?»
«Da Utrecht.» Diede un colpo a un gradino. Suonò male. «Questo no.»
Salirono dall’altro lato.
«Andavamo in tre alla costa. E il furgone si ruppe qui sotto, nella curva, e il meccanico era in capitale e il pezzo ci mise cinque giorni.»
«E vi fermaste cinque giorni?»
«Loro cinque giorni.» Rise col naso. «Io trent’anni.»
Arrivò su e andò diretta al buco del tetto.
«Bene. Questo non è così male.»
«Ce la facciamo? Mi hanno detto che a ottobre…»
«A ottobre no.» Úrsula si affacciò al buco. «A ottobre questo è un fiume. Hai luglio, agosto e settembre, e settembre a metà.»
«Undici settimane.»
«Undici settimane se cominci domani.»
«E se no?»
«Se no, aspetti l’anno prossimo e l’anno prossimo questo non ha più il sopra.» Diede un colpo di tallone a una trave. «Le case non cadono lentamente, eh. Quella è una favola che si racconta molto. Le case tengono, tengono, tengono, e un martedì cadono. Io ne ho viste cadere due qui, e tutte due tenevano perfettamente il lunedì.»
Axel restò con quella addosso.
Úrsula, che da trent’anni trattava con gente a cui aveva appena detto una cosa così, fece quello che faceva sempre: si girò, si riaffacciò al buco e ripeté, con lo stesso tono di prima:
«Bene. Questo non è così male.»
«No?»
«No.» Indicò col mento. «La trave grossa è intera. Guarda. Quello che si è rotto sono quelle di sopra, le piccole, e quelle sono quattro legni. Se la trave grossa fosse marcia, allora sì. Allora te ne andavi in Germania.»
«Perché in Germania?»
«È un modo di dire.»
Restò tutta la mattina. Insegnò loro a distinguere l’ardesia buona da quella che non serve più, che si fa dal suono. Insegnò loro ad accatastarla per poterla riusare. Disse loro quali quattro cose dovevano comprare e in che ordine, e in quale posto della strada statale, e che dicessero che andavano da parte sua perché altrimenti gli facevano pagare di più.
Gli lasciò una scala di alluminio di quelle vere e un martello da ardesia.
«Questo me lo restituisci quando finisci.»
«E se ci metto un anno?»
«Allora in un anno.»
E scese i gradini dando colpi di tallone un’altra volta, per abitudine.
Mangiò con loro, al tavolo di fuori, uno stufato che fece Axel con quello che c’era. E lì Eva le chiese quello che aveva voluto chiederle tutta la mattina.
«E non ti manca casa tua?»
Úrsula masticò.
«Utrecht?»
«Sì.»
«Uff.» Ci pensò davvero. «Il pane. Il pane buono di là. E il formaggio.»
«E basta?»
«E un canale. C’è un canale nel centro che mi piaceva molto.»
Eva aspettò.
Úrsula tacque. Prese un altro pezzo di pane e continuò a mangiare, e lì finì la risposta.
«E non ti fece paura?», insistette Eva. «Fermarti.»
«No.» Si pulì la bocca. «Mi fece paura dopo.»
«Dopo cosa?»
«Dopo quattro anni.» Si sistemò sulla sedia. «Dopo quattro anni mi venne una paura orribile, perché lì mi resi conto che mi ero fermata. I primi quattro anni io mi stavo fermando un po’ di più, tutto il tempo. Un mese in più. Un inverno in più. Finché non aggiusto la finestra. Fino alla festa.» Rise. «È più facile fermarsi un po’ di più per trent’anni di fila che decidere di fermarsi una volta.»
Si alzò a portare il piatto alla bacinella, e non diede nessuna importanza a quello che aveva appena detto.
Axel chiamò Irene quella notte. Scese alla fontana, che era dove c’era copertura, con la scusa di riempire le bottiglie.
Le raccontò tutto: il paese, la casa, il tetto, la scala di Úrsula.
E notò che gli piaceva raccontarglielo.
Quella fu la parte brutta, e la vide e non si fermò: che da cinque settimane raccontava a quella donna cose che gli accadevano, e che gli piaceva, perché era l’unica persona al mondo che chiedeva a lui come andavano le sue.
«Quindi restate», disse Irene.
«Per il momento.»
«E lei sta…?»
«Sta bene. Sta molto bene.» Axel si appoggiò alla fontana. «La guardi ed è tranquilla. Dorme. Mangia.»
Si sentì una sedia dall’altro lato.
«Io potrei venire», disse Irene.
«No.»
«Non a vederla. In un albergo. Nella città accanto, e basta, e se lei non vuole non mi vede. Io non scendo dall’auto, Axel. Io resto in auto e tu mi dici che l’hai vista dalla finestra e io torno.»
«Irene.»
«È che è un anno e sette mesi.»
Axel chiuse gli occhi.
E disse la frase.
«Ti avviso io.»
«Sì?»
«Ti avviso io», ripeté. «Quando sarà il momento. Fidati.»
Dall’altro lato la donna disse «ok» con una voce che le si spezzò a metà, e lo ringraziò tre volte, e riattaccò.
Axel restò accanto alla fontana con le bottiglie vuote per terra. Su, nella casa, si vedeva una luce che si muoveva sul balcone: Eva con la frontale addosso, che spazzava verso il lato che aveva detto Trini.
Prese le bottiglie, le riempì e salì la strada con una in ogni mano.
E a metà della salita si fermò, perché la macchina era ancora lì.
Era lì da tre settimane, con una ruota sul muretto, e in tre settimane non l’aveva spostata neanche una volta.
Cenarono in tre fuori, sul gradino, una scatoletta di fagioli scaldata sul fornello e pane del giorno prima, e stettero due ore a ridere. Raccontò di un volo cancellato a Bangkok e di un suo amico che si era comprato un cavallo. E quando stavano già sparecchiando, ad Axel venne in mente una cosa e quasi si vergognò a chiederla.
«Senti. E tu come ti chiami?»
Il ragazzo rise con la bocca piena.
«Víctor.»
«Víctor.»
«Víctor.»
E Axel rimase con il piatto in mano, a fare un conto che non tornava. Che quel tizio entrava e usciva dalla sua vita da quattro mesi. Che si erano scritti quindici o venti volte. Che aveva mangiato con loro in tre province diverse e si era portato via Eva per un giorno intero in macchina.
E che nel cellulare lo aveva salvato come nove cifre senza nome.