Tenetevela
Quarantun anni dopo, quaranta minuti dentro
Il primo giorno Hortensia trovò mille modi di stare vicino alla casa senza salire. Si trattenne accanto al forno, in strada e nella stalla, che aveva un ingresso da fuori. Quando Queta andò a cercarla, disse che sul gradino stava benissimo. A dormire se ne andò in albergo, perché la sua anca non era in condizioni di provare le amache.
Il secondo giorno, alle sette e mezza del mattino, Axel la vide dal balcone, da sola in mezzo alla strada, con un cardigan sopra il pigiama, a guardare la facciata.
Scese e le si mise accanto.
«È più piccola», disse lei.
«La casa?»
«Io mi ricordavo una casa enorme. Ed è una casa normale.»
«È che tu avevi diciannove anni.»
«Sì.»
Guardò il forno, che Úrsula aveva ripulito dall’edera.
«Mia madre ci infornava tredici pagnotte. Tredici. Il martedì. Veniva mezza strada a prendere il pane e non pagava nessuno, e in cambio ci portavano cose tutto l’anno. Un coniglio. Una dozzina di uova. Un sacco di castagne.» Si passò la lingua sulle labbra. «E io ho passato l’adolescenza a pensare che quello fosse essere poveri. E adesso lo racconto in città e mi dicono “che bello”.»

E non andò avanti.
Tornando si fermò davanti alla casa d’angolo e alzò la faccia verso la finestra di sopra.
«Buongiorno!» disse, bella forte.
La tendina si mosse. Nient’altro.
«Cinquant’anni», disse Hortensia. «E continua a non rispondere. Che costanza.»
Irene comprò degli stivali nel negozio di Trini, che a quanto pare vendeva anche stivali, e passò la mattina a tenere ferma la porta del balcone mentre Eva ne ripassava il bordo con la pialla di Ximo. Ogni volta che Irene cercava di aiutare sollevandola un poco, smetteva di combaciare da un’altra parte.
«Ferma. Se non fai niente, mi aiuti di più.»
Irene rimase ferma. Al terzo tentativo riuscirono a chiudere la porta, anche se bisognava ancora spingere con il fianco.

Il lunedì alle dieci salì quello della cartellina, con il sorriso stampato già dalla fontana.
Hortensia era seduta sulla lastra del forno, al sole, con un caffè.
«Signora Hortensia?» Le tese la mano. «Che piacere, davvero. Venivo a dirle che la nostra proposta è sempre valida. E l’abbiamo migliorata. Tanto. È un progetto con tantissimo rispetto per l’essenza del territorio, eh?» Posò le chiavi della macchina sulla lastra, accanto al caffè, per avere tutte e due le mani libere per la cartellina. «Se mi concede cinque minuti…»
Hortensia lasciò la mano dell’uomo ad aspettare per aria. Gli esaminò il gilet e le scarpe, un’abitudine presa da Queta in due giorni, e gli piantò due dita sulla cartella prima che potesse aprirla.
«Figliolo. Questa casa non è in vendita. È regalata.»
Axel, che era nell’orto con la zappa, rimase con la zappa per aria.
Quello della cartellina sorrise di più.
«Di tutto si può parlare, signora Hortensia.»
«Parlare sì.»
E chiuse gli occhi al sole, con la tazza sulle ginocchia.

Quando andò a riprendere le chiavi, l’uomo trovò la lastra vuota. Spiegò tre volte che le aveva lasciate accanto al caffè, si tastò le nove tasche del gilet e finì accovacciato nell’edera con le scarpe bianche.
Axel fu l’unico a vedere l’altra cosa. Nella bocca del forno, per un secondo, un piede. Piccolo, scalzo, nero di fuliggine fino alla caviglia. Si ritirò dentro.
Dopo mezz’ora di ricerche quello della cartella infilò la testa e mezzo corpo nella bocca del forno, tanto per provare. Ne uscì con le chiavi in mano e un bel carico di fuliggine distribuito fra quelle e il gilet.
«Ma come…?»
Hortensia aprì gli occhi. Non si alzò dalla lastra.
«Capita a tutti, figliolo.» Bevve un sorso di caffè, guardandolo negli occhi, senza muovere un sopracciglio. «Io una volta avevo il portafoglio nel frigorifero.»
Lui si guardò il gilet.
«Senti, figliolo», disse Hortensia. «La tua esperienza rurale l’hai avuta. E non te la faccio pagare.»
Scese la strada con il sorriso ancora stampato e la schiena nera.

«Ce l’hai ancora, la mia roba?» chiese Hortensia ad Axel.
Axel si infilò la mano in tasca e tirò fuori il pezzo del sacco della farina, ormai molle dopo cinque mesi, con i due fogli dentro.
Hortensia strappò il dépliant dalla graffetta con un colpo secco e lo piegò in quattro. Si alzò con un gemito per il dolore all’anca e lo infilò nella bocca del forno, fino in fondo.
«Per quando lo accendete», disse. «Che ci vuole la carta.»
Gli restituì il resto.
«E questo conservalo, che comanda ancora.»
Axel riprese a zappare.
Quel pomeriggio, mentre gli altri erano scesi al negozio, Hortensia entrò da sola. Axel la vide dall’orto e continuò a fare il suo. Uscì dopo quaranta minuti, con gli occhi rossi e il mento ben alto.
«È bellissima», disse. «Quella dell’albero è una cretinata e mi piace da morire.»
Si sedette sul gradino.

«Sono stata in camera mia. Quella con la finestra piccola.» Guardò la strada. «E sono entrata e c’è uno zaino di scuola in un angolo, e una cassetta della frutta con dei vestiti piegati, e una candela alla finestra.»
«Sì, è che ancora non c’è…»
«Ma no, dai.» Gli mise una mano sul braccio. «È proprio quello che ti sto dicendo.»
«Ah, e di’ a Trini che aveva ragione. Che bisogna mettergli qualcosa di dolce.»
«A chi?»
«A quelli di sopra, figliolo.» Si spolverò i pantaloni. «Che ce n’era uno seduto sul davanzale della mia finestra, con un gilet fatto con uno straccio che mi diceva qualcosa, e mi ha guardata come si guarda uno che arriva tardi. Neanche un “che bello”, eh? Quelli non l’hanno mai detto in vita loro.»
«E non ti sei…?»
«Figliolo, io qui ci sono cresciuta. Quarantun anni senza vederli. E mi ha fatto più rabbia questo che la storia della casa.»
Prima di alzarsi aggiunse, guardando verso la strada:
«E quella volta all’incrocio, figliolo. “Che bello”, ti ho detto.» Scosse la testa. «Bisogna essere proprio sceme.»

E non ne parlò più.
A cena, la prima che mangiava seduta a tavola con tutti, Hortensia lo disse a bocca piena e con la naturalezza di chi chiede di passargli il pane:
«Allora. Io ve la do.»
A Paco la forchetta si fermò a metà strada.
«Cosa?»
«La casa.» Prese il pane. «Che ve la tenete voi.»
«Hortensia. No.»
«Sì, figliolo.»
«Ma no.» Axel stava diventando rosso. «Che stamattina te la pagavano.»
«Appunto», disse Hortensia. «Che ti ho mandato a vedere se stava ancora in piedi, e tu non me l’hai mai chiesta.»
E continuò a mangiare.

Irene posò la forchetta.
«Questo si fa da un notaio. Da due, uno là e uno qui.» Piegò il tovagliolo. «E dopo che è salito quello del comune, che una casa con quell’ordinanza sulla porta non la regala nessuno. La regali e regali il debito. Me ne occupo io.»
«Tu non ti occupi di un bel niente», disse Eva.
«Me ne occupo io, Eva. È quello che so fare.»
Tirò fuori dalla borsa una cosina di plastica e la mise davanti a sua sorella, accanto al piatto.
Era la carta d’identità di Eva, con quella foto dei diciassette anni in cui aveva i capelli fino alla vita.
«Era nel tuo cassetto. L’ho portata, non si sa mai.»
Eva la guardò senza toccarla.
«È scaduta.»
«Lo so. La rinnovi tu.»
Eva la prese e se la mise nella tasca interna.

Axel accompagnò Hortensia fino alla strada. Con il freddo, lei si tirò su il collo del cardigan e guardò il balcone, dove c’era una candela accesa.
«Riparto martedì.»
«Senti», aggiunse Hortensia.
«Dimmi.»
«E voi due?»
«Noi due cosa?»
«Niente, figliolo. Che è da un barbecue accanto a un fiume che aspetto che uno dei due dica qualcosa. E io ormai vado per i sessantasei.»
E se ne andò giù per la strada prima che lui potesse rispondere.

Il martedì alle sette, mentre gli altri portavano giù le borse, Irene aspettò con Axel sulla porta.
«Senti. Grazie per avermi chiamata quella volta. A giugno.»
Axel scosse la testa.
«Non ringraziarmi per quello. L’ho fatto malissimo. Tre mesi alle sue spalle.»
«Me l’ha raccontato. Mi ha detto che se torno a chiamare te prima di lei, questa strada non la risalgo più.»
«Questa è proprio da lei.»
«Da lei da morire.»
Prima di scendere alla macchina, Irene aggiunse:
«Quando è successo dei miei, qualcuno doveva chiamare le pompe funebri, e l’avvocato, e gli ottanta cugini di mia madre. Quella ero io.» Si infilò le mani nelle tasche della giacca buona. «Qualcuno deve restare a spegnere la luce, Axel. E quello nella foto non c’è.» Si sistemò la borsa. «E non dirglielo, che è la cosa peggiore di mia sorella. Che quasi sempre ha ragione. E per giunta scalza.»

Hortensia litigava con la cintura di sicurezza della macchina di Paco.
«E non resti?» disse Eva dalla porta.
«Qui? Oh, figlia mia, no. Che io qui muoio di noia in due settimane.»
«E laggiù no?»
«Laggiù ho un forno.» Abbassò il finestrino del tutto. «E un signore che canta sopra la radio.»
Paco, dall’altra parte, alzò tutti e due i pollici.
Irene fu l’ultima a scendere la strada, con gli scarponi di Trini ai piedi e le scarpe buone in mano.
La macchina bianca scese in prima, con il braccio di Hortensia fuori dal finestrino e Paco che suonava il clacson alla curva. Axel rimase ad ascoltare finché non la sentì più.
Salendo a prendere il secchio, si fermò sulla porta della stanza. Lo zaino di scuola era ancora appoggiato accanto alla finestrella, chiuso e con il laccio stretto. Eva lo teneva pronto dal giorno del ritorno, con dentro il telo di plastica, la corda, un cambio e il quaderno.
Quello azzurro era giù, nella stalla, appeso a un chiodo vicino alla porta con dentro le mollette dei panni. Quello l’aveva appeso lei.