Il tuo carrello: 0,00 €
Senza nessuno

Il primo giorno la cercò.

Scese al negozio e Trini gli disse che non era passata. Andò alla strada e camminò due chilometri fino alla curva di sotto guardando le banchine, guardando se l’erba era piegata o in piedi, che era la prima cosa che lei gli aveva insegnato. Chiese nelle tre case della strada di sotto.

Niente.

E sapeva perfettamente che non era in nessun fosso, perché aveva sentito la macchina salire la strada alle undici e riscendere. Fece lo stesso i due chilometri, guardando il fango ai lati. L’altra opzione era sedersi.

Tornò alle quattro del pomeriggio, bagnato fino alle ossa, e si sedette al tavolo della cucina con gli stivali ancora ai piedi.

Il secondo giorno non fece niente. E questo sorprese lui stesso, perché lui faceva sempre qualcosa. Si alzò, restò seduto sul letto fino alle undici, scese, guardò il tetto senza salirci, si fece un caffè, lo bevve freddo. Non spazzò. Non mise lastre. Non continuò con il telaio della finestra, che aveva fatto a metà.

Mancavano quattro settimane e mezza a ottobre. Lo sapeva perfettamente. Rimase a guardare il buco di dietro dall’orto, contandole, e non gliene importò assolutamente niente, e quella fu la prima cosa che gli fece paura per davvero.

A metà pomeriggio erano undici ore che aspettava che qualcosa facesse rumore.

La notte, nell’amaca, gli tornò quella della cucina.

Due dita sotto lo sterno. Quella che non lo visitava da mesi e a cui lui, senza dirlo a nessuno, si era quasi affezionato da quanto la teneva lontana.

Era intera. Non aveva perso niente per strada.

E lui aveva aggiustato un tetto.

Il terzo giorno chiamò Hortensia. Le raccontò tutto, intero, senza abbellire, così com’era, che era quello che lei gli aveva chiesto per la faccenda della casa e valeva anche per questo.

Hortensia rimase in silenzio per un tempo lunghissimo.

«Ahi, Dio mio», disse.

«Sì.»

«Ahi, Dio mio, figlio, sono stata io.»

«Non sei stata tu.»

«Sono stata io, che ho risposto al telefono alla Guardia Civil.» Si sentiva molto male, con la voce strana. «Che mi sono messa in mezzo dove nessuno mi chiamava dal primo minuto. E io sono così da tutta la vita, eh? Tutta. Ho sistemato matrimoni e ho sistemato eredità e ho messo le mani in cose che non erano mie, e mi è sempre andata bene, e una si abitua a che le vada bene.»

«Hortensia.»

«Cosa?»

«Tu hai risposto al telefono per dirle di lasciarla vivere.»

Dall’altra parte non si sentì niente.

«E poi hai risposto di nuovo, e quella volta no.»

«Già», disse lei.

E nessuno dei due seppe cosa aggiungere a quello.

Quello che gli rodeva di più, quando si sedeva a guardarlo in faccia, era una cosa molto precisa. Non era aver parlato con Irene.

Era la frase.

Ti avviso io.

Gli si ripeteva da sola, a tutte le ore, con la sua stessa voce, e ogni volta che la sentiva gli veniva una vergogna fisica, di quelle che ti fanno stringere i denti in mezzo alla strada. Perché quella frase non l’aveva detta un tipo che stava aiutando.

Lì si impuntava. Si impuntava perché la lista delle cose che gli venivano addosso non c’entrava niente: i giri che aveva pagato, i soldi che aveva prestato e non aveva richiesto, i traslochi a cui si era presentato senza che nessuno lo chiamasse, il cacciavite prima che si rompesse qualcosa.

Non capiva cosa ci facesse tutto quello nella stessa lista di quella frase.

C’era una seconda frase, e quella era peggio perché non era sua.

E neanche tu hai detto niente, eh.

Gliel’aveva detta un tizio con la mano sul tetto di una macchina, mentre andava da un’altra parte e per fare male, e da giorni gli rimbalzava dentro senza permesso.

E quello che non gli entrava in testa era come potessero essere sue tutte e due: quella di stare zitto quando bisognava parlare e quella di parlare con chi non gli toccava.

Gli parve che ci fosse qualcosa lì, qualcosa che quasi si vedeva, come una parola che hai sulla punta della lingua.

Ci stette due giorni e non gli venne.

Il quarto giorno comparve Gorgorito. Era seduto sulla spalliera della sedia di fronte quando Axel scese la mattina.

Axel si fermò sulla porta e aspettò la battuta. Aspettò quella della cioccolata, o quella del mangione, o qualunque cosa delle sue.

Il folletto rimase com’era, con le mani sulle ginocchia, a guardarlo.

Axel si sedette, si fece il caffè e lo bevve. E l’altro rimase tutto il tempo.

Quando si alzò per lavare la tazza, la sedia era vuota.

La cartolina arrivò il quinto giorno. La portò su Trini in persona, che da quattro giorni non rivolgeva la parola a nessuno dalla vergogna, e gliela diede alla porta senza entrare.

«È arrivato questo.»

«Grazie.»

«Io non sapevo niente, Axel.»

«Lo so, Trini.»

«È che io pensavo che…»

«Ma sì, signora. Non è stata lei.»

Trini annuì e scese la strada.

Era una cartolina. Una cartolina vera, di quelle di cartone, con una foto orribile di una spiaggia che non c’entrava niente con niente.

Dietro, la scrittura di Clara, molto rotonda:

AXEL! I tuoi genitori ci hanno dato l’indirizzo. Ma sei in una casa! Con un tetto e tutto! Mandaci una foto che non ci crediamo. Qui tutto uguale, molto lavoro e poca allegria. Ci teniamo i giochi da tavolo, grazie, giochiamo quasi tutti i giovedì. La scatola del Carcassonne si è rotta. Baci, CLARA.

Sotto, schiacciato nel pezzo che restava, con una scrittura molto peggiore:

Io pensavo che ti passasse in due settimane. Mi sono sbagliato. B.

Axel si sedette sul gradino della porta con la cartolina in mano.

E lì, finalmente, gli scesero le lacrime. Non per Bruno, né per Clara, né per i giochi da tavolo. Per il mi sono sbagliato.

Perché aveva passato cinque giorni a cercare il modo perché quella cosa avesse una riparazione. Cinque giorni a rigirarla per trovare l’angolo, la frase, la spiegazione buona, il modo di farsi capire. E un tipo che non vedeva da sei mesi gli aveva appena scritto due parole nel pezzo di cartone che era rimasto libero a sua moglie.

Senza spiegare niente. Senza ripararlo.

Mi sono sbagliato. E basta.

Quella notte portò su lo sgabello e guardò dentro il camino. Yayo era ancora lì, tutto appallottolato, con il pezzo di coperta sotto.

«Senti», gli disse.

Niente.

«Ho combinato un disastro.»

Niente.

E rimase lì sopra, con la testa dentro un camino, a raccontarlo a una bestiola che dormiva perché non c’era nessun altro.

«È che non so come si chiede scusa senza spiegare niente. Non l’ho mai fatto.» Cambiò il peso di piede sullo sgabello. «Io l’ho fatto per rimettere le cose a posto. Questo è vero. Ho chiamato quella donna perché l’ho sentita piangere al telefono e ho pensato che si stessero capendo male e che qualcuno dovesse mettersi in mezzo.»

Niente.

«E in sei mesi non gliel’ho detto una volta sola. Sei mesi. E non è che non trovassi il momento: è che ogni giorno decidevo che non era quello.»

Niente.

«E in più me l’ha chiesto lei.» Gli andò via un po’ la voce. «Me l’ha chiesto in faccia, su un ponte, e le ho detto che stavo parlando con mia madre.»

Scese dallo sgabello.

Gli venne una rabbia di quelle che non avvisano. Prese la scopa, si mise in mezzo alla cucina e spazzò cinque giorni di terra e di cenere in linea retta verso i piedi della scala. Verso lì. Di proposito. Con gusto.

E quando arrivò all’ultimo gradino alzò la scopa e restò in piedi in cucina, ad aspettare.

Ad aspettare cosa, non lo sapeva. Un rumore. Una cosa che cade. Qualcosa.

Non accadde niente. Non accadde assolutamente niente: la casa rimase com’era, il latte sopra il tavolo, il tavolo dove stava sempre, e sopra il sambuco che si muoveva con l’aria che entrava da dove doveva entrare.

Rimase lì un bel pezzo, con la scopa in mano, sentendosi l’uomo più scemo dell’emisfero nord.

E poi prese la paletta, spazzò di nuovo tutto quanto dall’inizio e lo portò dall’altra parte, verso la porta, piano e bene, come gli avevano detto.

Che non costa niente.

0:00

Un attimo: confermaci che sei una persona