L’altra conversazione

Maggio se ne andò tutto intero camminando per strade secondarie di quelle con l’erba in mezzo, da un paese con il bar a un paese con la fontana, dormendo dove glielo lasciavano fare e qualche volta dove no. Ci furono giorni in cui la grande notizia della giornata fu che i vestiti si erano asciugati, e guarda, si festeggiò.

Axel passò tutto il mese col numero di Irene salvato sul telefono. Hortensia gliel’aveva mandato il giorno dopo la conversazione sul flauto e certe notti, con Eva che russava accanto, lo apriva per poi richiuderlo senza chiamare.

La macchina comparve un martedì mattina di giugno nella piazza di Truchas e parcheggiò accanto alla fontana.

Quello della macchina spiegò tre volte che si era fatto due ore di strada per arrivare fin lì, nel caso a qualcuno fosse sfuggito lo sforzo.

Eva era seduta sul bordo della fontana e cantava per una signora con il carrello della spesa, che si era fermata senza volerlo e non se ne andava più. Quello della macchina rimase a qualche passo di distanza finché lei non ebbe finito, poi tirò fuori il telefono.

«Mi lasci registrare una canzone?»

«Se stai zitto, sì.»

Si accucciò davanti a lei con il telefono all’altezza del petto. Eva cantò un’altra canzone e lui non aprì bocca. Quando lei finì, rimase a guardare lo schermo come se avesse vinto qualcosa.

Víctor registra Eva accanto alla fontana mentre una vicina ascolta con il carrello della spesa.

«Questa la sente chi dico io.»

«Ma no, rompiscatole.»

«Ma sì. Tu stai tranquilla.»

Mangiò con loro. Quando arrivò il conto andò in bagno, e tornò con le mani ancora bagnate.

«Ragazzi. C’è un torero sopra il water. Col costume tutto lustrini e lo sguardo fisso, così. Che non si può pisciare con un torero che ti guarda. Dovete vederlo.»

Pagò Axel. Alle quattro, quello della macchina tornò al volante e sparì giù per la strada col gomito fuori.

«Tu lo sai come si chiama?» disse Axel.

Eva ci pensò.

Un ritratto severo di un torero è appeso proprio sopra il water del bar.

«No.»

«Nemmeno io.»

«Bella coppia.»

Quel pomeriggio, appena Eva entrò a comprare pane e latte, Axel si appoggiò al muro di un lavatoio e compose il numero. Calcolò di avere circa sette minuti. Al quarto squillo sperava già che non rispondesse nessuno, ma fu proprio allora che risposero.

«Pronto?»

Rispose una voce di donna che sembrava normale, un po’ stanca.

«Ciao. Irene?»

«Sì.»

«Mi chiamo Axel. Io… sono in viaggio con tua sorella.»

Silenzio. Un silenzio lunghissimo.

«Scusa», disse lei, e si sentì una porta che si chiudeva. «Hortensia mi aveva detto che forse.»

Axel tiene il telefono all’orecchio, con la mano libera sospesa sopra il bordo del lavatoio.

«Sì.»

«Sta bene?»

«Sta bene.»

«Bene bene?»

«Bene bene. Mangia, dorme, ride.»

Irene scoppiò a piangere e Axel rimase ad ascoltarla, appoggiato a quel lavatoio vuoto, senza sapere cosa fare con la mano libera.

Irene aveva trent’anni, faceva l’avvocata e viveva ancora nell’appartamento dove erano cresciute tutte e due. Questo glielo raccontò senza che lui chiedesse.

«Lo so cosa sembra. Ma se lo vendo, dove le lascio la chiave? Ho la sua camera com’era. Non ho toccato niente. E tutti gli anni chiamo quelli dell’assicurazione e gli dico che in quella casa vivono due persone, anche se ci sono solo io. Perché mi fa un certo effetto dire una.» Rise senza voglia. «È roba da matti, vero?»

«Io è da mesi che cammino verso un paese che ho visto scritto su un sacco di farina.»

Lei rise. Stavolta di gusto.

«L’ho cercata tantissimo. All’inizio come una pazza. Mi ero imparata a memoria i vestiti che si era portata via. Andavo per strada guardando la gente. Mesi a cercare una ragazza con una maglietta grigia.» Si soffiò il naso. «E poi mi hanno detto che era maggiorenne, che se non voleva farsi trovare non si sarebbe fatta trovare. E ho lasciato perdere. Ed è stato l’anno peggiore della mia vita.»

Irene parla al telefono al tavolo della casa di famiglia, con le lacrime sul viso.

E all’improvviso:

«Tu chi sei? Il suo ragazzo?»

«No. Un amico.»

«Sì. Scusa. È che non so niente.»

«È che lei ha sempre fatto di testa sua. Da piccola si chiudeva in camera e non usciva. Io le dicevo che la cena era in tavola, non rispondeva, e dopo un’ora scendeva e mangiava da sola, in piedi, in cucina.» Dall’altro capo del telefono si sentì un bicchiere posato sul tavolo. «Io avevo ventidue anni quando sono morti i miei. E dei progetti che non mi ricordo nemmeno più quali fossero. E all’improvviso dovevo firmare carte e sapere quando pagare la bolletta del gas, e avevo una sorella di quindici anni che non mi parlava.» Le ci volle un momento per continuare. «Io non so fare la sorella, Axel. So sbrigare pratiche.»

Axel guardò verso il negozio.

«Tu pensi che vorrebbe parlare con me?»

«Non lo so.»

«Sì. È che io voglio solo che stia bene. Che venga a casa per un po’, che si riposi, che mangi qualcosa di caldo. E poi ci organizziamo.»

Axel notò quel «poi ci organizziamo», ma decise di lasciar correre.

«Va bene.»

Dall’ombra del lavatoio, Axel tiene d’occhio la porta del negozio mentre resta al telefono.

«Che io non le dirò cosa deve fare, eh? Ma non può stare in giro così. Senza niente.» Un’altra pausa. «Le dirai che ho chiamato?»

E Axel sentì la propria voce.

«Lascia fare a me. Vedo io come fare.»

Riattaccò e rimase con la schiena contro il lavatoio.

Irene non gli aveva chiesto nemmeno il cognome. Gli aveva chiesto se Eva mangiava, se dormiva, se rideva.

Per abitudine guardò il fosso dall’altra parte, per vedere se spuntasse qualche berretto rosso. Quella volta non c’era nessuno.

Scrisse a Hortensia.

Ci ho parlato.

Dopo due minuti:

E?

Non è come la racconta Eva. È distrutta.

Axel scrive accanto al muro del lavatoio, con il pollice esitante sullo schermo.

I tre puntini di Hortensia si mossero per un bel po’ prima che arrivasse la risposta.

Stai attento, figliolo.

Sì. Piano piano.

Piano piano ma che lo sappia lei, eh?

Scrisse «certo» e rimase a guardarlo senza inviarlo. Alla fine lo cambiò in «quando sarà il momento» e mandò quello.

Eva uscì dal negozio con un sacchetto e la baguette sotto il braccio.

«Il latte non ce l’avevano, amico.»

«Pazienza.»

«Con chi parlavi?»

Fece in tempo a pensare di dirle «Con tua sorella. Hortensia mi ha dato il numero». Le due frasi erano complete nella sua testa e aveva già preso fiato per tirarle fuori.

«Con mia madre.»

«Ah.» Eva gli passò la baguette perché la portasse lui. «Salutamela.»

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