Lo sdolcinato
Qualcuno piangeva in un frontone e non era per il temporale
Nei dieci giorni successivi attraversarono due province, non parlarono di niente di importante nemmeno una volta, e tutti e tre erano d’accordo, senza esserselo detto, che quella cosa era bellissima.
Il temporale li prese in campo aperto e fu di quelli buoni.
Prima diventò tutto giallo. Poi si alzò un vento che gli strappò la mappa dalle mani e la portò via su per il campo. E poi, senza altro preavviso, cominciò a cadere acqua come se la stessero buttando con un secchio.
Corsero.
Corsero duecento metri su una pista di terra che si stava trasformando in un fiume, con Kika che ululava per puro nervoso e Fay dentro la felpa di Eva, che è un posto dove Fay non era mai stato e dove non voleva stare.
Arrivarono al fronton. Era all’ingresso del paese, su uno spiazzo: un fronton di paese, col muro grande in fondo e una copertura di lamiera che copriva metà del campo, vuoto, con le linee del suolo mezze cancellate e una porta dipinta a spray sul muro.
Si infilarono sotto il tetto, gocciolanti, e la lamiera, sopra di loro, suonava come se il mondo stesse finendo.
«Madonna mia», disse Hortensia, strizzandosi i capelli con le due mani.
Si sedettero contro il muro di fondo, nel punto asciutto. Tirarono fuori delle cose e le misero a scolare: la coperta a quadri era inzuppata da un angolo, la pentola si era riempita d’acqua da sola e Axel la svuotò con una manata.
Kika si scrollò proprio accanto a Hortensia.
«Ma insomma!»
Da lì non smisero di ridere per un bel pezzo. Eva si tolse la felpa, liberò il gatto, che partì come un razzo verso un angolo a leccarsi la dignità, e restò con una maglietta appiccicata al corpo e i capelli gocciolanti, e si mise a ridere anche lei. Fu un bel pezzo. Dei migliori.
Quando si calmarono, la pioggia continuava. Erano le sei di sera ed era buio come alle nove. Eva si appoggiò al muro, stese le gambe e si mise a canticchiare, piano, quasi dentro di sé, guardando la pioggia cadere dal bordo della lamiera.
E fu allora che Axel lo vide.
Era per terra, a tre metri, mezzo infilato dietro lo zaino. Era piccolo ed era una zuppa, portava una specie di sciarpa che gli faceva tre giri di collo e gli strascicava, e aveva il naso rosso.
E stava piangendo.
Non frignando. Piangendo davvero, con le spalle e tutto, molto lentamente, senza fare un rumore.
Axel restò immobile.
«Ehi», disse, bassissimo, per non rompere la canzone di Eva. «Cos’hai?»
La creaturina alzò la faccia e tirò su col naso.
«Ti sei fatto male?»
Fece no con la testa.
«È per l’acqua?»
Fece no un’altra volta. E tornò a guardare dove stava guardando.
Stava guardando Eva.
Axel si girò lentamente. Eva era uguale, appoggiata al muro, con la maglietta bagnata, a canticchiare qualcosa senza parole, coi capelli appiccicati alla faccia e i piedi nudi stesi sul cemento.
Niente. Non stava accadendo assolutamente niente.
Tornò a guardare per terra.
«Per lei?»
La bestiola annuì con la testa, molto forte, due volte, e si mise a piangere di nuovo.
«Ma sta bene.»
E allora la creaturina fece un rumore che era mezzo singhiozzo e mezzo parola, e si coprì la faccia con la sciarpa.
Stettero lì due ore e mezza. Due ore e mezza su tre metri di cemento sotto una lamiera, con la pioggia che cadeva davanti come una tenda, e non fu noioso, e quella fu la parte che Axel fece più fatica a spiegarsi dopo.
Hortensia raccontò di una sua cugina che si sposò due volte con lo stesso uomo.
«Due volte, eh. Con lo stesso. Divorziarono nell’ottantasette, che allora era uno scandalo, e lei andò a Barcellona e lui restò. E dopo nove anni si incontrarono al funerale di una zia, e undici mesi dopo si risposarono nello stesso posto, con lo stesso prete, che era già mezzo sordo e non se ne ricordava.» Si scrollò una goccia dal braccio. «E io andai a entrambi i matrimoni, e al secondo lei era molto più bella. Moltissimo. Con vent’anni di più e un vestito da niente. E mi ricordo di guardarla e pensare: questa adesso sa quello che sta facendo.»
Eva si addormentò venti minuti seduta con la schiena al muro e la bocca aperta. Kika entrò e uscì quattro volte e tornò inzuppata tutte quattro e si scrollò tutte quattro addosso a tutti, e alla quarta Hortensia le disse cose che non si dicono a un animale.
Dopo un’ora e mezza smisero di parlare e restarono tutti tre a guardare la pioggia, senza dire niente, senza che servisse riempirlo. Axel provò a ricordarsi, senza volerlo, l’ultima volta che era stato due ore e mezza senza fare niente.
E non gli venne nessuna.
«Tu come ti chiami?»
Tirò su col naso.
«Ñoño», disse, con una voce da straccio bagnato.
«Beh, ti sta bene.»
«Lo so.»
Allora fece una cosa che Axel fece fatica a capire. Si alzò, si sistemò la sciarpa a tre giri, attraversò i tre metri di cemento bagnato con un trotterello corto e si piantò accanto al piede nudo di Eva.
Si sedette lì. Per terra. Attaccato alla caviglia. Senza toccarla, a due dita, come si siede uno accanto a una stufa.
Eva continuava a cantare con gli occhi mezzi chiusi, guardando la pioggia cadere dal bordo della lamiera.
Spostò il piede. Due dita. Quel tanto che bastava per lasciargli posto.
Axel lo vide e non ci pensò, perché stava pensando a un’altra cosa.
Axel non chiese più. Restò lì seduto, con la schiena al muro del fronton, ad ascoltare la lamiera e la voce di Eva.
E si mise a guardarla come non l’aveva guardata mai.
Guardò che stava cantando per nessuno, come faceva da tutta la vita.
Guardò che non aveva nemmeno una foto.
Guardò che non aveva preso niente dal mucchio del marciapiede, nemmeno il quadro della barca, anche se ci era restata davanti un bel pezzo.
Guardò che aveva detto «io non torno» su una banchina come chi dice una cosa che si porta dietro da anni.
Gli venne una cosa in gola, perché lui di tutto quello non si era accorto fino a quel momento e adesso gli pareva che fosse scritto sul muro a spray, accanto alla porta.
«Lo so», disse alla bestiola.
E le mise un dito sulla spalla, che era della misura di un’unghia.
«Con chi parli?», disse Hortensia, dall’altro lato.
«Con nessuno.»
«Ah.»
Sorrise con moltissimo affetto e tornò alle sue cose.
Quando Axel tornò a guardare per terra, non c’era più nessuno. Solo lo zaino, una pozza che si era infilata sotto e, sul cemento, accanto al piede di Eva, un segnetto bagnato della misura di un bottone.
Che era acqua. Che ovviamente era acqua, perché lì dentro tutto era bagnato.
Smise alle nove. Uscirono sullo spiazzo col cielo ancora nero da un lato e pulito dall’altro, e l’aria odorava di terra bagnata in quel modo che ti fa venire voglia di respirare a fondo anche se non ne hai bisogno.
Cenarono nel fronton, per terra, col fornellino che funzionava perfettamente e la bombola a metà.
A un certo punto, mentre Hortensia raccontava non so cosa di un mercatino, Axel si alzò, prese la coperta a quadri che era già quasi asciutta e la mise sulle spalle di Eva senza dire niente.
«Non ho freddo», disse lei.
«Già.»
Non se la togliese. Non se la togliese per tutta la notte, né quando smise di fare freschetto, né quando Hortensia disse due volte che lì dentro si stava una meraviglia. Si addormentò con quella addosso.
E Axel, che si stava addormentando a un metro e mezzo, pensò che per fortuna alla coperta si era asciugato l’angolo, e si addormentò tranquillissimo.