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La porta chiusa

La città di notte era un’altra storia.

Di giorno la invadeva una nuvola di gente frettolosa e di rumori senza forma.

Adesso i marciapiedi erano vuoti e il silenzio permetteva di godersi i piccoli dettagli: la luce accogliente dei lampioni, le figure che disegnavano le ombre, il fresco delle lastre sotto i piedi nudi.

A Eva quasi tutto sembrava troppo. Le cose non erano qualcosa da usare, erano qualcosa da portare. E aveva mollato sempre di più: a che serve portare le scarpe se si sta così bene senza?

Quello che le restava stava in uno zaino di scuola e le avanzava posto.

E non era che avesse poco. Era che tutto quello che aveva lo usava tutti i giorni, senza eccezioni, e di gente che possa dire la stessa cosa ce n’è pochissima. Lo aveva imparato da bambina, in un posto di cui non parlava più con nessuno.

Camminava senza fretta. Fay trotterellava al suo fianco, fermandosi ogni tanto ad annusare un angolo prima di raggiungerla di nuovo. Chiunque avrebbe detto che quel gatto aveva uno spirito da cane.

Aveva il pezzo di sacchetto di carta in mano. Callejón de las Palomas, numero 6, 1A. Le nove. E sotto, in una scrittura più piccola e più veloce, «non tirarti indietro».

Mentre camminava, provava quello che avrebbe detto una volta arrivata.

«Ciao, scusa il ritardo, è che mi sono attardata con delle cose»

No. Troppo scemo.

«Ciao, un po’ tardi, ma alla fine mi sono decisa»

Nemmeno. Suonava da poco, come se venire non le fosse costato niente.

E le era costato tutto.

Arrivò presto al vicolo e trovò subito il portone numero 6. Un palazzo normale, con la vernice un po’ scrostata e le cassette della posta di metallo che aspettavano pazienti nell’ingresso.

Guardò la facciata in cerca di una finestra accesa. Erano tutte spente, e lei si disse che alle undici e mezza quello non significa niente.

Respirò a fondo e premette il primo campanello della fila, 1A.

Niente.

Suonò di nuovo. Aspettò. Ma niente di niente.

«Magari sta già dormendo», disse a Fay, più a se stessa che al gatto.

Ci provò ancora una volta. Niente.

«Io al posto tuo non insisterei», arrivò una voce dall’alto.

Eva alzò lo sguardo. Sul marciapiede di fronte, affacciato a una finestra illuminata, c’era un vecchietto in canottiera.

«Come, scusi?»

«Se cerchi il ragazzo, quello non c’è più. L’ho visto andarsene poco fa.»

«Se n’è andato?»

«Carico di scatoloni e con uno zainone in spalla. In piena notte, pensa te.» Il vecchietto si strinse nelle spalle. «Io l’ho solo visto passare, eh, non so altro.»

E rientrò, chiudendo la finestra.

Eva è rimasta davanti alla porta con il foglietto in mano.

Se n’era andato.

Arrivò la vocina di sempre, che non ci mette mai niente.

«Vedi? È per questo che non devi buttarti. Perché poi la porta è sempre chiusa.»

Si sedette sul gradino del portone. Fay le salì in grembo.

L’unica cosa che poteva fare adesso era tornare indietro. Andare a dormire, dimenticare, e domani tornare al suo solito angolo, alle sue canzoni senza nome. Al suo niente caldo e sicuro, dove nessuno la deludeva perché non si aspettava niente da nessuno.

Allora le passò per la testa una cosa che non era la vocina, e quella sì che la fece arrabbiare.

Che lui non era arrivato in ritardo.

Che quella che arrivava in ritardo era lei. Tre ore seduta su uno scalino per venire in una casa vuota.

E che da un anno e mezzo stava senza scarpe, senza chiavi e senza indirizzo, raccontandosi che quello era essere libera. E che un tipo che aveva conosciuto quello stesso pomeriggio se ne era andato a nord di notte senza sapere dove. E che lei, in tutto quel tempo, non era andata in nessun posto. Era stata in tanti. Non è la stessa cosa.

Guardò Fay. Il gatto le tenne lo sguardo senza battere ciglio, che è quello che fanno i gatti quando non hanno intenzione di aiutare.

«E adesso che facciamo, eh?», gli chiese.

Fay non rispose. Non rispondeva mai. Ma saltò giù dal suo grembo, fece qualche passo lungo la strada e si girò a guardarla. Come a dire «di qua».

Eva conosceva quello sguardo. Si fidava di quello più che di qualunque altro.

«Di là?»

Fay continuò a camminare, senza esitare.

Quel ragazzo aveva detto che andava verso nord.

Eva si alzò dallo scalino e si mise il foglietto nella tasca di dentro, che è dove tiene le due cose che ha.

«Va bene, Fay. Andiamo a vedere cosa c’è a nord.»

Il gatto si avviò con la coda dritta.

Percorsero il vicolo fino in fondo. Poi diversi viali, sempre più bui.

E poi, un ponte.

Dall’altra parte la musica cambiava. Finivano le case e i lampioni, il suolo smetteva di essere asfalto e diventava terra.

Eva si fermò un momento in mezzo al ponte.

Sul pilastro di pietra del parapetto, all’altezza della sua faccia, c’era qualcosa di seduto che guardava l’acqua. Piccolo.

Eva passò davanti senza girare la testa. Era bravissima a farlo.

Le cadde una goccia sulla guancia. Poi un’altra. E dopo dieci secondi pioveva.

Ha attraversato il ponte. La terra era morbida e fresca sotto i piedi.

Non sapeva dove andava né se lo avrebbe trovato, e le due cose non le importavano, perché per la prima volta da quando era andata via da casa stava andando in un posto preciso.

Dall’altra parte, Fay la aspettava senza fretta.

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