Zampa Zebra alla stazione degli oggetti dimenticati. La prima cosa che spariva non erano gli ombrelli, erano le scuse. Nella stazione centrale degli oggetti dimenticati, un edificio lungo come tre balene messe in fila, le persone arrivavano ogni giorno con la stessa espressione: «Avevo altro a cui pensare. Andavo di fretta. Non me ne sono accorto». Poi lasciavano lì qualcosa.
Un guanto, una fotografia, un libro, una collana, una volta persino una tromba. Il problema era che quasi nessuno tornava a riprendersi ciò che aveva perso e, più gli scaffali si riempivano, più il posto diventava triste. Le fotografie dimenticate si impolveravano. I giocattoli smettevano di sperare. Gli orologi senza proprietario sembravano ticchettare più piano.
La direttrice della stazione, la signora Teresa, passava le giornate catalogando scatole con una precisione feroce. Etichetta, timbro, scaffale, etichetta, timbro, scaffale. Non alzava mai lo sguardo. Dietro un armadio pieno di cappelli smarriti, però, qualcuno osservava tutto. Era una Magikita, una folletta, per la precisione. Si chiamava Zampa Zebra.
Indossava una giacca cucita con vecchi biglietti ferroviari e portava una cintura fatta di linguette metalliche delle lattine. Quando sentiva la nostalgia delle persone, le orecchie le pizzicavano. Quel giorno le pizzicavano così forte che dovette grattarsele con entrambe le mani. Accanto a lei si stiracchiò il suo Animagikito, un gatto zebrato con sei zampe. Si chiamava Rigastorto.
Le sue strisce non andavano dritte come quelle di una zebra normale. Facevano curve, ghirigori e persino nodi. Le sue sei zampe gli permettevano di correre in modi assolutamente ridicoli. Sembrava una dozzina di gatti contemporaneamente. «Guarda che tristezza», sospirò Zampa Zebra. Rigastorto annusò una scatola piena di lettere mai ritirate. Poi miagolò, una volta sola, ma con aria molto seria. La Magikita capì immediatamente.
I gatti a sei zampe di Taramondi possiedono una magia rarissima. Quando attraversano un luogo correndo, lasciano dietro di sé strisce temporanee, non strisce di colore, strisce di ricordi. E quella notte avevano parecchio lavoro da fare. Quando la stazione chiuse, Rigastorto partì. Tac, tac, tac, tac, tac, corse tra gli scaffali. Saltò sulle mensole, attraversò corridoi, strusciò sotto i tavoli. Ogni sua zampa lasciava una riga luminosa nell'aria.
Una striscia odorava di biscotti appena sfornati, un'altra di mare. Una di matite nuove, una di pioggia estiva, una di sapone alla lavanda, una di erba tagliata. Zampa Zebra rincorreva il compagno con un pennello costruito usando le setole di una vecchia scopa. Flic, flic, flic, collegava le strisce tra loro, le intrecciava, le annodava, le trasformava in una gigantesca rete invisibile.
All'alba il lavoro era finito e accadde qualcosa di straordinario. La prima visitatrice entrò per cercare una sciarpa perduta. Appena attraversò la porta si fermò. Sentì un profumo di biscotti, le tornò in mente la nonna. Poi vide una fotografia dimenticata sullo scaffale accanto. «Questa appartiene a qualcuno», mormorò. La consegnò al personale.
Poco dopo arrivò un uomo che cercava un portafoglio. Sentì odore di mare, gli tornò in mente il padre. Vide un vecchio modellino di barca abbandonato da anni. «Magari qualcuno lo sta cercando ancora», lo portò al banco informazioni. Nel giro di poche ore la stazione cambiò faccia. Le persone cominciarono a osservare davvero ciò che avevano intorno. Non cercavano soltanto i propri oggetti, guardavano anche quelli degli altri.
Una donna riconobbe una medaglia sportiva appartenuta al vicino di casa. Un bambino individuò un peluche visto mesi prima nel suo asilo. Un violinista trovò il proprietario di uno spartito perduto. Gli oggetti iniziarono a tornare a casa, uno dopo l'altro, come piccioni che ritornano al nido. La signora Teresa osservava il fenomeno senza capire. Quel giorno compilò metà delle solite pratiche. Il giorno dopo ancora meno. Il terzo giorno uscì perfino dal suo ufficio.
Camminò tra gli scaffali, parlò con la gente, ascoltò storie, rise. Rise davvero. «Sapete una cosa?», disse a un gruppo di visitatori. «Credo che questo posto non custodisca oggetti.» «E cosa custodisce?», chiese una bambina. Teresa guardò una fila di persone che si stavano restituendo fotografie, libri e piccoli tesori. Sorrise. Legami. La parola rimase sospesa nell'aria come una lanterna.
Quella sera, per festeggiare, la stazione organizzò qualcosa che non era mai successo. Una festa degli oggetti ritrovati. Ogni persona raccontò la storia dell'oggetto che aveva recuperato. Ci furono risate, abbracci, persino qualche lacrima felice. E in mezzo alla confusione, nessuno si accorse del gatto zebrato a sei zampe che strisciava sotto i tavoli rubacchiando pezzetti di formaggio. Nessuno, tranne Zampa Zebra.
La Magikita sedeva sopra una pila di valigie dimenticate, osservava la sala piena di vita. Rigastorto saltò accanto a lei con i baffi sporchi. «Missione compiuta», sembrava dire. «La folletta?» «Il gatto al mento?» «Direi proprio di sì.» Poi entrambi sparirono tra le ombre della stazione.
Dietro di loro rimasero centinaia di oggetti, finalmente sulla strada di casa, e una verità semplice che profumava di biscotti caldi. Certe cose non aspettano di essere ritrovate perché sono preziose, diventano preziose perché qualcuno le sta aspettando.