Straichella al bowling delle piste storte
«Se nel '98 non avessi avuto quel problema al polso, oggi parleremmo di me come di una leggenda provinciale.» L'aveva detto così il signor Arturo Riva, mentre si infilava le scarpe da bowling con la solennità di chi si prepara a firmare un trattato di pace. Nessuno gli aveva chiesto niente, ma lui era entrato nel bowling aziendale come se le dieci piste fossero un'aula di tribunale pronta a emettere verdetti sul suo glorioso passato mai del tutto verificato.
Il locale vibrava di luci basse e risate storte, odore di plastica, birra analcolica e pizza riscaldata male. I colleghi della ditta Tecnorami S.p.A. lanciavano palle con la concentrazione di chi sta cercando di non pensare al lunedì. Arturo invece pensava solo a una cosa: dimostrare. «Non tenete il polso rigido, mai, la palla è un'estensione dell'anima», annunciava a chiunque passasse a tre metri da lui. Qualcuno annuiva per pietà, altri scappavano fingendo di dover scegliere tra birilli e sopravvivenza emotiva.
Soprattutto in questo anfratto nascosto dove nessuno guarda mai, dietro il distributore automatico delle scarpe, tra lacci aggrovigliati e deodoranti per piedi, c'erano loro. Una Magikita minuscola, con una salopetta fatta di linguette di scarpe riciclate e occhi troppo vivi per restare fermi. Si chiamava Straichella e sentiva le emozioni come vibrazioni nelle suole del mondo. Accanto a lei il suo Animagikito, un geco verde chiazzato di luce, che rispondeva al nome di Tacchetto.
«Quest'uomo scivola dentro se stesso», sussurrò Straichella, tamburellando le dita sul bordo del distributore. «E quando uno scivola così, o lo fermi o si rompe.» Tacchetto fece quel suo piccolo movimento ondulato, tradotto: «Interveniamo.» Arturo, intanto, aveva scelto la palla, la più pesante. «Serve massa, la mossa intimidisce i birilli», spiegò, come se stesse rivelando un segreto militare.
Si posizionò, gambe larghe, sguardo da finale mondiale immaginario; la rincorsa fu teatrale: tre passi lunghi, uno scatto improvviso, il braccio che oscillava come un pendolo convinto di essere elegante. Straichella si sporse appena dal distributore. «Adesso.» Tacchetto si mosse. Non fu magia nel senso classico, fu qualcosa di più fisico. Dal fondo del distributore colò una microscopica pellicola di resina elastica, nata dai residui delle suole consumate, delle scarpe restituite, delle notti di piedi nervosi. Invisibile, ma affamata di contatto.
Si attaccò alle dita di Arturo, proprio un istante prima del rilascio. Solo un istante, quello sbagliato. La palla partì comunque, ma come offesa. Invece di andare avanti, esitò, rimase incollata alla mano per un battito di ciglia di troppo. Poi schizzò via all'indietro, come se avesse cambiato idea sulla vita.
Silenzio. La sfera attraversò lentamente l'area relax. Superò un tavolino con patatine tristi. Ignorò una collega che stava bevendo e colpì una piramide di bicchieri di plastica con una precisione quasi commovente. Un'opera d'arte del disastro. Dall'alto del distributore, Straichella si teneva la pancia dal ridere. Tacchetto invece, più pratico, stava già osservando la scena successiva: le reazioni umane.
E arrivarono. Prima un mormorio, poi una risatina, poi quella cosa rara che succede negli uffici: la gente che non si trattiene più. «Ha fatto strike? Al contrario», disse qualcuno. Arturo aprì la bocca, la richiuse. Poi la riaprì con meno sicurezza. «Era una dimostrazione di traiettoria inversa controllata.» Nessuno lo contraddisse, ma nessuno lo seguì più con lo sguardo.
E qui accadde il vero spostamento. La tensione si sciolse come birilli di zucchero. I colleghi iniziarono a provarci davvero, senza consulenti improvvisati. Una ragazza che non aveva mai lanciato una palla riuscì a fare un tiro decente e urlò come se avesse vinto qualcosa di importante. Arturo guardò le piste, poi la sua mano, poi la palla, rotolata lontano come un'opinione non richiesta.
Straichella scivolò fuori dal distributore, minuscola, invisibile quasi per tutti, tranne per chi sa sentire le cose storte. Non fece prediche, solo un piccolo gesto. Sistemò un laccio staccato di una scarpa, come a rimettere il mondo in equilibrio minimo. Tacchetto la seguì, lento, soddisfatto.
Arturo, per la prima volta, non disse niente. Si avvicinò a un collega e gli chiese, con voce più bassa: «Mi fai vedere come si tiene davvero il polso?» E il bowling, senza accorgersene, cambiò ritmo.
Dal distributore, Straichella osservò l'ultima risata che rimbalzava sulle piste come una palla felice. Poi si infilò di nuovo nell'ombra. «Pressione, disastro utile», sussurrò Tacchetto. E sparirono tra lacci e odore di gomma, lasciando dietro di sé un posto un po' più leggero, perché a volte basta un attimo che deraglia per rimettere tutti sulla pista giusta.