Stellina nella cabina delle fototessere

Il ronzio elettrico della vecchia cabina per fototessere sotto i portici di Piazza De Ferrari sembrava il lamento di un vecchio robot stanco. L'aria all'interno di quel cubicolo di metallo era fredda, impregnata di un odore acuto di plastica riscaldata, polvere e bagnato portato dalle scarpe dei passanti. Una luce bianca spietata, simile a quella di un neon da corsia d'ospedale, tagliava la penombra dello sgabello girevole, proiettando ombre rigide sulla tendina sbiadita.

Seduto lì dentro c'era un ragazzo di nome Federico. Stringeva il mento, con gli occhi fissi sull'obiettivo, la fronte aggrottata e le spalle curve sotto il peso di un'insicurezza opprimente che non lo faceva respirare. Doveva scattare la foto per il rinnovo del documento, ma lo specchio interno gli rimandava solo l'immagine di un viso teso, bloccato dalla paura di non essere mai abbastanza bravo, abbastanza attraente, abbastanza pronto per il mondo là fuori.

Nascosta proprio dentro la fessura del distributore metallico, una creaturina muoveva le orecchie con delicatezza. Era Stellina, una Magikita della Stirpe delle Fate, minuscola, alta non più di un tubetto di rossetto, vestita con un bizzarro cappottino ricavato da strisce di vecchi negativi fotografici. In testa portava un diadema fatto con una graffetta di metallo piegata a forma di mezzaluna. Stellina captava la tristezza di Federico come un vento gelido sulla punta del naso: le Fate sentono i blocchi del cuore e intervengono.

«Questo ragazzo sta guardando se stesso attraverso una lente deformata dall'ansia», pensò la fata, aggiustandosi il diadema. «Ci vuole una miscela luminosa per fargli cambiare prospettiva». Sgattaiolò fuori dal distributore, raggiunse il pannello dei comandi interni e saltò sul bordo di un flacone di liquido detergente lasciato dal tecnico della manutenzione. Tirò fuori dalla giubba una minuscola fiala di essenza di lucciola di Taramundi, ne versò tre gocce cangianti nel liquido e ci soffiò sopra una spolverata di polvere di quarzo lucente. Flick, flack, flock!

Quando Federico premette il pulsante rosso per far partire il timer dei quattro scatti, il flash non emise la solita luce bianca e fredda. Dall'obiettivo iniziò a sprigionarsi una nuvola di vapore sottilissimo e dorato che profumava di zucchero filato, vaniglia e carta da disegno pulita. I quattro lampi si trasformarono in proiezioni tridimensionali e fluttuanti: non erano foto normali, ma immagini vive e luminose che mostravano i momenti in cui Federico era stato felice, fiero e coraggioso, mentre rideva con gli amici, tagliava il traguardo di una corsa, suonava la chitarra sul tetto di casa.

La trasformazione fu immediata e profonda. L'insicurezza che gli bloccava il viso si sciolse all'istante, sostituita da uno stupore fanciullesco e caldissimo. Guardò quelle immagini di luce, annusò l'aroma di vaniglia e, per la prima volta dopo mesi, gli scappò un sorriso enorme, spontaneo e leggero, che gli illuminò completamente lo sguardo. Quando la macchina scattò l'ultima foto, quella vera per il documento, Federico guardò l'obiettivo con gli occhi che brillavano di pura gioia e consapevolezza.

Ma il contagio superò le pareti di metallo della cabina. La tendina si spalancò e il vapore profumato scivolò sotto i portici di Piazza De Ferrari. Una ragazza che aspettava il suo turno fuori, inizialmente annoiata e spenta, vide quella luce dorata uscire dal cubicolo e non riuscì a trattenere una risata sorpresa. Federico uscì dalla cabina a testa alta, con il cuore leggero, e le tese la mano per lasciarle il posto, scambiando con lei una battuta allegra che ruppe il ghiaccio all'istante.

Persino un signore anziano che passava di lì si fermò, contagiato da quell'atmosfera di improvvisa leggerezza, e iniziò a sorridere guardando le luci della piazza. Dall'alto del tetto della cabina, Stellina contemplava quel risveglio di autostima con le mani sui fianchi, dondolando le gambette con pura soddisfazione. Il suo trucco luminoso aveva raddrizzato i pensieri del ragazzo, e lei, sistemandosi il cappottino di negativi, si infilò nella borsa della ragazza appena entrata, pronta per la prossima avventura.

Perché a volte basta cambiare la luce con cui ci inquadriamo per scoprire che l'immagine migliore di noi è quella che teniamo già custodita nel cuore.

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