«Cede!» dichiarò la signora Teresa con la stessa sicurezza con cui si direbbe: «Domani sorgerà il sole». Davanti a lei, appeso a una gruccia lucida, c'era un vestito color lampone, bellissimo e minuscolo. La commessa aveva perfino tentato una timida obiezione: «Guardi, forse abbiamo anche una misura…» «No, no, cede!»
Cinque minuti dopo, il camerino numero tre emise un rumore molto particolare. «Sfru!» Poi un altro. «Scrucci!» Poi un silenzio preoccupante. Nel negozio risuonavano musichette allegre e il fruscio delle tende dei camerini che si aprivano e chiudevano. Nessuno, però, sapeva che, dietro quella del numero tre, era in corso una battaglia epica.
Teresa aveva infilato il vestito. Il vestito aveva infilato Teresa. A metà dell'operazione, i rapporti diplomatici si erano interrotti. Ora il capo le copriva la testa come una tenda medievale. Non saliva, non scendeva. Le braccia erano bloccate verso l'alto, rigide, due rami secchi nel mezzo di una tempesta tessile. Provò a parlare: il vestito non collaborò. Peggio, fu in quel momento che udì dei passi.
Dalla grata dell'aria condizionata, sopra il camerino, due paia di occhi osservavano la scena con enorme interesse. La proprietaria della vocina era Sgualcetta, una Magikita folletta dai capelli arruffati e una giacca cucita con etichette di lavanderia recuperate dai cestini delle tintorie. Su ogni etichetta era scritto qualcosa di diverso: delicato, non strizzare, lavare a freddo. Le sembravano ottimi consigli per la vita. Accanto a lei c'era il suo inseparabile Animagikito, un topo color nocciola chiamato Rosicchio, con una sciarpa fatta con un metro da sarta sfilacciato e il raro talento di capire il carattere delle persone osservando come trattavano i bottoni.
Rosicchio annusò l'aria. «Non sento paura!» «No!» «Nemmeno rabbia!» «No!» «Allora cos'è?» Sgualcetta inclinò la testa. «Orgoglio!» «Ah, quello sì», ché lo sentivano entrambi. Teresa non aveva scelto quel vestito perché le stesse bene: aveva deciso che doveva starle bene. Era una differenza sottile, ma enorme.
La folletta sorrise, e quel sorriso era una pessima notizia per la serietà del mondo. Saltò sulla conduttura, corse fino a raggiungere una rastrelliera di abiti e tirò fuori dalla tasca una delle sue invenzioni preferite: la crema Sgualcina Vanità, una sostanza densa come marmellata e brillante come una bolla di sapone. Ne spalmò una sola goccia sull'etichetta dei vestiti. Bastava.
Accadde una cosa curiosa. Le etichette dei capi cominciarono a bisbigliare, piano piano, poi sempre più forti. «Sono una 44, io ho una 48, 52 qui, 46 è fiera di esserlo, 50 è comodissima!» In pochi secondi il negozio sembrò riempirsi di una conferenza di vestiti. Le clienti si guardarono intorno, la commessa spalancò gli occhi, una signora vicino agli specchi scoppiò a ridere. «Giuro che quel cardigan ha appena parlato!» Ma il bello doveva ancora arrivare.
Sgualcetta fece cenno a Rosicchio. Il topo partì, scivolò sotto le tende, corse tra scarpe e borse e, con precisione d'artista, rosicchiò minuscole finestrelle nelle etichette di decine di vestiti: nulla che rovinasse il tessuto, solo piccoli spiragli. Da lì uscirono nuvole di parole, parole che i vestiti custodivano da anni. Comodo, morbido, ballabile, respirabile, perfetto per mangiare due piatti di lasagne senza rimpianti. Quest'ultima ottenne un applauso spontaneo.
Nel camerino numero tre, Teresa ascoltava immobile, con un vestito incastrato sulla testa, e qualcosa dentro di lei cominciò a scricchiolare. Non il tessuto: l'idea, quella vecchia idea che un numero scritto su un'etichetta potesse decidere come sentirsi. La tenda si aprì appena. «Signora Teresa?», chiese la commessa con dolcezza. Silenzio. «Tutto bene?» Un sospiro, poi una voce soffocata. «Sono rimasta bloccata!»
La commessa non rise, non fece uno smorfio. Non sembrò scandalizzata. Disse soltanto: «Capita più spesso di quanto immagini». Seguì una pausa. «Davvero?» «La settimana scorsa abbiamo liberato una signora da una gonna!» «Sul serio?» «E un signore da un maglione!» Un'altra pausa, poi da dentro il vestito arrivò una risatina, piccola ma autentica.
Dieci minuti dopo, Teresa uscì finalmente dal camerino con i capelli spettinati, le guance rosse e una nuova scelta. Indossava un altro vestito, una taglia diversa. Perfetto. Non perché nascondesse qualcosa, ma perché le permetteva di respirare. Girò su se stessa davanti allo specchio. Il tessuto seguì il movimento come una vela felice. «Questo sì che cede!», disse. La commessa sorrise. «No!» Teresa batté le palpebre. «No?» «Questo collabora!»
Per un secondo rimasero in silenzio, poi scoppiarono entrambe a ridere. Dal condotto dell'aria, Sgualcetta e Rosicchio osservavano il negozio riempirsi di leggerezza. Alcune clienti avevano smesso di fissare le etichette, altre provavano modelli che non avrebbero mai considerato. Qualcuna si guardava allo specchio con meno severità.
Rosicchio si sistemò la sciarpa. «Bel lavoro!» «Lo so!» «Molto elegante!» «Lo so!» «Molto umile da parte sua!» «Lo so anche quello!» E, prima che qualcuno potesse notarli, sparirono nella grata, con il passo soddisfatto di chi aveva appena raddrizzato una piccola ingiustizia.
Perché certi vestiti sono fatti per essere indossati e certe giornate, invece, sono fatte per stare comodi dentro la propria pelle.