Ritmino e Saltapelo alla palestra del quartiere. Alessandro era iscritto da due giorni, ma aveva un piano: non imparare, impressionare. Attorno a lui c'era il gruppetto di veterani della palestra, quelli che sapevano esattamente dove mettere l'asciugamano e parlavano di proteine come antichi filosofi parlavano delle stelle.
Indicò una macchina in fondo alla sala con il mento sollevato di mezzo centimetro. Era nuova, nera, lucida, piena di schermi, lucine, maniglie e dall'aria minacciosa. Sembrava progettata da qualcuno che trovava noioso costruire attrezzi comprensibili. «Macchina interessante», disse ad alta voce. Uno dei veterani annuì. «Sì, ci vuole un po' per prenderci la mano». «Ah». Alessandro sorrise. «La conosco». Non la conosceva affatto.
Dentro il distributore di salviette poco distante, due minuscole creature seguivano la scena con enorme interesse. La prima voce apparteneva a Ritmino, un Magikito folletto con una tuta cucita usando elastici da palestra colorati e una cintura fatta di linguette di lattine energetiche. La seconda era del suo Animagikito, un coniglio di Taramondi chiamato Saltapelo, piccolo, morbido, con le orecchie sempre piegate come punti interrogativi. «Oh no!». «Oh sì!». «Sta per succedere qualcosa?» chiese Saltapelo. «Succederà qualcosa di magnifico!»
Alessandro salì sulla macchina. Lo schermo si illuminò. Comparvero grafici, numeri, simboli. Forse una mappa stellare. Lui annuì come se tutto avesse perfettamente senso, premette un pulsante, poi un altro. Niente. Poi ne vide uno enorme, verde, luminoso, invitante: il genere di pulsante che nella storia dell'umanità ha sempre portato conseguenze. Lo schiacciò. Bip. La macchina si avviò lentamente. «Visto?» disse Alessandro.
Poi accelerò. Poi accelerò ancora. Poi prese una decisione personale. I pedali iniziarono a muoversi come se stessero cercando di raggiungere un altro continente. Gli occhi di Alessandro si spalancarono. Le gambe pure. Per tre secondi resistette. Quattro. Cinque. Sei. Al sesto, secondo il suo cervello, i suoi piedi interruppero ogni forma di collaborazione. Successe tutto insieme: le gambe persero il ritmo, le braccia cercarono aiuto, il busto prese una direzione, i piedi un'altra. E all'improvviso lui era lì, appeso alle barre, rigido, perfettamente orizzontale, con i piedi che sventolavano nel vuoto, come un prosciutto particolarmente atletico.
Silenzio. Un secondo. Due. Tre. Poi la palestra esplose. Non di cattiveria: di risate. Persino Alessandro, mentre oscillava avanti e indietro, capì immediatamente come appariva, e la situazione era oggettivamente indifendibile.
Dentro il distributore, Ritmino si stava lentamente rotolando. «L'hai visto?». «L'ho visto». «Hai visto la posizione delle gambe?». «L'ho vista». «Sembrava una bandiera durante una tempesta». Saltapelo stava quasi cadendo dalle salviette. Ma poi le sue orecchie si sollevarono. Sotto l'imbarazzo, sotto la figuraccia, sotto le risate, c'era qualcos'altro: una paura minuscola. La paura di sembrare ridicolo. La paura che tutti lo prendessero in giro. La paura di non appartenere al gruppo.
La paura era una faccenda da Magikitos. Ritmino saltò fuori dal distributore, atterrò su una panca ed estrasse dalla tasca un pugno di polvere ritmica, una delle sue invenzioni preferite. Era fatta macinando vecchi metronomi rotti, molle di orologi e qualche granello di entusiasmo recuperato durante le feste di paese. Ne soffiò una nuvola e la polvere si sparse invisibile nella sala.
E accadde una cosa curiosa. Ogni attrezzo iniziò a seguire un ritmo: la cyclette, tic-tic; il tapis roulant, tum-tum; i vogatori, scioc-scioc. Perfino il distributore delle bevande emetteva piccoli toc ritmati. In pochi istanti tutta la palestra sembrò trasformarsi in un'enorme orchestra. E fu allora che i veterani cominciarono a sbagliare. Uno perse il conteggio delle ripetizioni. Un altro lasciò cadere l'asciugamano. Un terzo mancò completamente il sedile della macchina per gli addominali. Un signore particolarmente muscoloso cercò di bere dalla borraccia con il tappo chiuso. Splash. Acqua ovunque.
Le risate aumentarono, ma stavolta erano distribuite democraticamente. Tutti stavano facendo figuracce, tutti, senza eccezioni. Persino l'istruttrice, mentre mostrava un esercizio, perse l'equilibrio e finì seduta su una palla da fitness che la portò a spasso per mezza sala. «Sto bene!» gridò mentre rotolava. La palestra ormai rideva come una famiglia a cena.
Alessandro riuscì finalmente a fermare la macchina. Scese, i capelli scompigliati, la dignità un po' ammaccata. Ma qualcosa era cambiato. Uno dei veterani gli diede una pacca sulla spalla. «La prima volta che ho usato quella macchina ho abbattuto una pianta». «Davvero?». «Finta, ma sì». «Io ho preso una porta in faccia», confessò un altro. «Io sono caduto da una bicicletta ferma». «Com'è possibile?» chiese Alessandro. «Ancora non lo sappiamo».
Le risate ripartirono. Stavolta Alessandro rise più forte di tutti, non perché fosse riuscito a sembrare esperto, ma perché non ne aveva più bisogno. Quando uscì dalla palestra un'ora dopo, conosceva già i nomi di metà delle persone che c'erano dentro.
Nel distributore di salviette, Ritmino e Saltapelo osservavano la sala tornare tranquilla. «Bel recupero», disse il coniglio. «Grazie». Anche se, ammetto, la fase prosciutto era eccezionale. Storica. Indimenticabile. Si guardarono e scoppiarono a ridere di nuovo. Perché a volte il modo più veloce per sentirsi parte di qualcosa è smettere di fingere di essere perfetti e appendersi al mondo per qualche secondo, abbastanza a lungo da riderci insieme.