«Frangiluce, dal parrucchiere: solo una spuntatina alle punte, per favore.» Giacomo lo disse con la fiducia di chi affida una lettera alla posta. Poi si tolse gli occhiali e li appoggiò sul banco, accanto a una rivista spiegazzata che prometteva tagli rivoluzionari e sorrisi perfetti. Dietro di lui, il parrucchiere Sandro annuì. «Tranquillo, due minuti.» Che, nel linguaggio universale dei parrucchieri chiacchieroni, significava spesso qualcosa di molto diverso.
Le forbici cominciarono a danzare. Nel frattempo entrò una cliente che Sandro non vedeva da anni, poi arrivò il corriere, poi qualcuno raccontò una storia assurda su un cane che aveva imparato ad aprire il frigorifero. E Sandro, trascinato dalla corrente delle chiacchiere come una foglia in un torrente, continuò a tagliare.
Quando tutto finì, girò la poltrona verso lo specchio con il sorriso soddisfatto di un artista. «Eccoci qua.» Giacomo infilò gli occhiali. Il suo cuore fece un piccolo tonfo: sulla fronte gli troneggiava una frangetta perfettamente orizzontale. Non corta, non lunga. Orizzontale. Sembrava disegnata con una squadra, sembrava appartenere a un dipinto del Quattrocento. «Oh.» Fu tutto ciò che riuscì a dire.
Il suo sorriso comparve con enorme coraggio, ma il labbro inferiore tremò come una foglia appesa all'ultimo filo d'autunno. «Ti piace?» chiese Sandro. «È molto precisa.» Era il genere di frase che si usa quando la verità rischia di ferire qualcuno. L'aria del negozio cambiò appena. Una persona normale non l'avrebbe notato, ma una Magikita sì.
Nascosta dietro una montagna di asciugamani appena lavati, c'era Frangiluce, una fata minuta con un impermeabile costruito cucendo insieme etichette di shampoo colorate e una corona assortita fatta di mollette per capelli dimenticate. Le Magikitas sentono le emozioni come altri sentono il profumo del caffè, e quella stanza, in quel momento, odorava fortissimo di imbarazzo. «Oh no!» sussurrò.
Non era soltanto Giacomo. Anche Sandro aveva capito, lo stava capendo proprio adesso, a poco a poco, con orrore crescente, come chi realizza di aver inviato un messaggio alla persona sbagliata. Fissò la frangetta, poi fissò Giacomo, poi di nuovo la frangetta. Dentro di lui stava nascendo un terremoto di sensi di colpa.
E fu allora che Frangiluce ebbe un'idea, una delle sue idee luminose. Letteralmente. Saltò sul carrello delle spazzole, raccolse una manciata di minuscoli ritagli di capelli sparsi sul pavimento e ci soffiò sopra. I capelli si illuminarono, non come lampadine, ma come ricordi. Piccoli fili dorati cominciarono a svolazzare per il salone. Plif. Plof. Plif. Floc.
Ogni capello luminoso si posò su uno specchio, e gli specchi si accesero. Ma non mostrarono il presente: mostrarono altro. Nello specchio accanto alla cassa comparve un giovane Sandro, a diciassette anni, con un taglio terribile fatto da un compagno di scuola. In un altro, una cliente scoppiava a ridere guardando una permanente disastrosa degli anni Novanta. In un altro ancora, un bambino sfoggiava con orgoglio un ciuffo stortissimo tagliato dalla sorella.
Presto tutto il salone si riempì di immagini buffe: tagli improbabili, frange sbilenche, code asimmetriche, esperimenti falliti. E in ogni ricordo accadeva la stessa cosa: la gente rideva davvero, non del taglio, ma della storia che era venuta dopo.
Giacomo si ritrovò a osservare uno specchio in particolare. Mostrava suo padre, vent'anni prima, in una foto che aveva quasi dimenticato. Portava una frangia ancora più assurda della sua e sorrideva come un matto. «Mamma mia…» mormorò. Sandro si avvicinò. «Era tuo padre?» «Sì.»
Per un momento restarono in silenzio. Poi Giacomo scoppiò a ridere, una risata vera, improvvisa, incontrollabile. «Sembro lui.» Sandro lo guardò. «Un po'… un po'… solo identico.» Adesso ridevano tutti e due, e la tensione si sciolse come ghiaccio in una tazza di tè caldo.
Ma Frangiluce non aveva ancora finito. Con un altro soffio mandò i capelli luminosi a danzare sopra le teste dei clienti. Puff. Ogni persona vide per un istante il taglio più imbarazzante della propria vita, e ogni persona raccontò la storia. Nel giro di dieci minuti il salone era diventato una gara di confessioni: «Io mi sono rasato un sopracciglio!», «Io ho provato a tingermi di blu!», «Mia zia mi fece il taglio a scodella per tre anni!» Le risate riempirono ogni angolo. Perfino il corriere si fermò ad ascoltare. Perfino la signora che aspettava il turno smise di fissare il telefono. Perfino Sandro smise di sentirsi il peggior parrucchiere del pianeta.
Alla fine, Giacomo si alzò dalla poltrona, pagò, indossò la giacca e, prima di uscire, si guardò ancora una volta allo specchio. La frangetta era sempre lì, dritta come una riga tracciata con il reghello, assolutamente impossibile da ignorare. Ma adesso gli faceva venire da sorridere.
«Sai una cosa?» disse a Sandro. «Tra dieci anni questa sarà una storia fantastica.» «Tra dieci anni?» «Forse è già domani.»
Quando la porta si chiuse e il campanello fece clink, Frangiluce osservò il riflesso dell'uomo allontanarsi lungo la strada. Poi si sistemò la sua corona di mollette storte, soddisfatta. Perché ci sono giornate in cui la magia non aggiusta ciò che è andato storto: insegna semplicemente a brillare abbastanza da diventare un ricordo felice.