Lo scopro io
Lo scopro io.
Gualtiero stava sul ripiano di sotto del carrello dei dolci, a rigirarsi in bocca una cucchiaiata di riso al latte. Buonissimo! E lui di queste cose se ne intendeva, visto che aveva passato la vita a infilarsi nelle cucine migliori del mondo. Arrivava un giorno qualunque, restava il tempo che serviva per portarsi via la ricetta che in quel posto facevano bene e appena la sapeva a memoria prendeva le sue cose e se ne andava a cercarne un'altra. Quell'anno era già arrivato a 64 ricette gourmet e non si annoiava neanche un pochettino.
Lui ficcava il naso in tutto e in tutti: un bambino che si sbafava il budino del padre mentre il padre raccontava la solita storia di sempre, la signorina tutta perbene che non voleva il pomodoro nella sua insalata di pomodori, la coppia che litigava per l'ultimo pezzo di una torta che avevano ordinato in due. Per Gualtiero quella roba era cento volte meglio del cinema.
Quel giovedì, a un tavolo rotondo ed elegante, c'erano cinque signori in giacca e cravatta. Uno parlava molto più forte degli altri. Aveva il telefono sul tavolo, a faccia in su, girato verso gli altri, che si vedesse bene bene. «Guardate qua!» Gli altri quattro si sporsero in avanti. «Questo è quello che ha fatto il mio portafoglio investimenti questa settimana. In cinque giorni. Eh beh, mica male. Io, se voglio, non ho più bisogno di lavorare. Lavora questo per me. Mentre voi dormite, io faccio grana mentre voi dormite.»
Alzò il braccio per chiamare e l'orologione che portava fuori dal polsino gli ballò sul polso. «Bella, questa insalata la voglio senza aceto.» Federica, che il giovedì teneva la sala da sola, portò via l'insalata e tornò con un'altra. «Bella, meglio con l'aceto, ma poco.» La portò via un'altra volta, tornò un'altra volta. Sei volte alzò il braccio in venti minuti. «La prego di capire che ho altri tavoli, signore.» «Vediamo se ci intendiamo. Io pago e tu porti, ci siamo capiti?»
Arrivò la Fiorentina. La guardò tre secondi e la scostò col taglio della mano. «Al sangue.» «Lei l'ha ordinata al sangue, signore.» «E adesso la vogliono in altro modo. Vedi com'è facile?» Mentre la cameriera andava e veniva, lui si vantava di quello che può fare il denaro. «Eh, quando hai la grana puoi fare quello che ti gira», diceva ai suoi.
Quando la Fiorentina tornò, spinse il piatto sulla tovaglia verso di lei. «Tagliamela tu, che oggi sono stanco.» Federica restò immobile, col piatto in mano. «Hai visto? Oggi sei la mia schiava e domani si vede.» E rise da solo per qualche secondo. Poi risero anche gli altri, per educazione. Federica gli tagliò la carne.
Per dolce non ordinò dal menù. «Il tortino al cioccolato, ma senza zucchero, senza lattosio e con un vasetto di sale a parte. E me lo porti coperto.» «Coperto, signore?» «Sì, con quella cloche di metallo lì. Qui c'è troppa gente che respira e a me nel piatto non ci respira nessuno. E non lo scopri tu, lo scopro io.»
In cucina misero la cloche sul piatto e lo lasciarono pronto al pass. Gualtiero uscì dal suo nascondiglio arrabbiato nero. Si infilò in cucina, alzò il bordo della cloche e si ficcò dentro, accanto al cioccolato, che tra l'altro profumava da svenire. Fece il viaggio sul vassoio di Federica, bello comodo, come uno che va in ascensore. Il piatto atterrò sul tavolo rotondo. «Lo scopro io, bella.» Alzò la cloche senza guardare il piatto, perché stava raccontando di nuovo la storia dei suoi investimenti e tutti e quattro dovevano guardare lui.
Nessuno vide che da sotto la cloche schizzò fuori un Magikito a tutta velocità. Gualtiero attraversò la tovaglia in tre falcate, abbracciò il telefono, che per lui era grosso come una porta, e si buttò giù dal bordo insieme a quello. Plaf. A terra, sulla moquette, sgusciò sotto il tavolo e si mise all'opera.
Sopra, al tavolo, si scatenò il putiferio. «Il mio telefono! Dov'è il mio telefono? Era qui! Cameriera!» «Magari te lo sei messo in tasca.» «E come me lo metto in tasca se ce l'avevo davanti?» Frugò in tutte le tasche della giacca e fece svuotare le loro agli altri, cameriera compresa. Quello che fece Gualtiero in quei due minuti non lo sa nessuno. Alla fine il telefono era per terra, accanto alla sedia del signore. «Eccolo qua», disse uno dei suoi. Lo afferrò furioso e lo rimise sul tavolo proprio accanto al bicchiere del vino. Questa volta a faccia in giù e bloccato. Andarono avanti a parlare di quante case aveva ciascuno e della partita di golf del giorno dopo.
Il conto arrivò alle dieci e un quarto. Tirò fuori un portacarte di alluminio, lo aprì con un click e pescò una carta con due dita. La passò nel POS. Rifiutata. «Ah, sarà rotto quell'aggeggio lì.» La infilò di nuovo. Rifiutata. Ne tirò fuori un'altra, una nera, e quella la fece vedere prima di infilarla, che la vedessero tutti. Rifiutata. «Porca miseria, ma che succede qui?» Prese il telefono, aprì l'app della banca e restò a bocca aperta. Cinquanta centesimi. Quello era tutto il suo saldo. Dove prima c'erano milioni, adesso c'erano cinquanta miseri centesimi. Diventò rosso, rossissimo. Uno dei suoi si schiarì la voce. «Tutto bene, Maurizio?» Maurizio non fiatò. Federica aspettava in piedi con il POS in mano. «Quando vuole, signore.» Il signore stava zitto, con gli occhi sullo schermetto del telefono. Alla fine pagarono gli altri e se ne andarono tutti in silenzio.
Quella notte Federica fece gli straordinari per dare una mano con le pulizie. Chiuse ben oltre la mezzanotte e prese l'autobus per tornare a casa. Fu lì che le arrivò una notifica sul telefono. Contò gli zeri tre volte e si perse la fermata. Federica era passata dal non avere quasi di che pagare l'affitto a un conto con più zeri di quanti ne avesse mai visti in vita sua.
Pochi mesi dopo aprì il suo ristorante. Dodici tavoli e serve solo gente che viene senza giacca e chiede le cose con allegria. Chi ci va dice che si mangia da paura. Tanto che da quando ha aperto Gualtiero non si è più mosso da lì. È il posto più allegro che abbia visto in tutta la sua vita.