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L'entropia (e perché fare ordine fa godere)

Ieri sera la torre di piatti nel lavello ha raggiunto un'altezza per cui ci voleva il permesso edilizio. Nessuno l'ha costruita. Nessuno si è alzato alle tre di notte con il sogno di impilare tazze sopra le scodelle. Si è impilata da sola, che è precisamente quello che fanno i piatti appena li lasci per un attimo in pace.

E adesso la notizia che noi Folletti mastichiamo da secoli: quella non è la tua pigrizia. È solo l'universo che si fa tranquillamente il suo lavoretto. Tutto ciò che esiste, in realtà, ha una voglia matta di diventare spazzatura. Il pelo del naso cresce in fuori senza che nessuno gliel'abbia chiesto, le briciole si spargono sul piano di lavoro come se le avesse seminate il più generoso dei seminatori, il corpo ti avvisa a metà film che bisogna andare in bagno, e il cassetto dei cavi si annoda da solo mentre dormi. Niente di tutto questo l'hai fatto tu. Tutto questo l'ha fatto l'entropia, la forza più lavoratrice del cosmo e l'unica che non si prende mai le ferie.

La cosa pazzesca non è che il mondo si scombina. La cosa pazzesca è che tu, ogni santo giorno, gli rubi qualche mano.

Cos'è l'entropia e perché tutto va in disordine da solo?

L'entropia è la misura del disordine di un sistema, e la seconda legge della termodinamica dice che in un sistema chiuso non scende mai per conto suo: sale o resta ferma, indietro non torna mai da sola. Portata in cucina si capisce di colpo. Ci sono milioni di modi in cui i tuoi piatti possono stare sparpagliati e solo una manciata di modi in cui possono stare in ordine, quindi il caso gioca con le carte truccate e il disordine vince a valanga, per pura statistica. Mettere in ordine non è lo stato naturale. Mettere in ordine è l'eccezione. Ogni volta che rimetti un piatto al suo posto stai remando contro la corrente più larga che esista, e quella corrente non ha niente contro di te, semplicemente va in discesa, perché in discesa c'è posto per tutti.

Ecco perché una casa vuota non si sistema mai da sé. Un sasso non si pettina. Un bosco abbandonato non si rastrella le foglie. La materia in cui non abita nessuno si spande e non si vergogna nemmeno un po'.

L'unica cosa che sale la salita respira

Guarda una cosa e poi non riuscirai più a non vederla: in tutto l'universo conosciuto, le uniche cose che vanno in salita sono quelle che respirano. Un bicchiere crepato non si riattacca. Una montagna erosa non si rialza. Ma una formica ricostruisce il formicaio che le hai pestato, un albero rifà la foglia che ha perso, e tu, senza farne una tragedia, raccogli ogni sera quello che la giornata ha sparpagliato.

Un fisico che si chiamava Erwin Schrödinger ci ha ragionato su nel 1944, si è chiesto cosa diavolo sia la vita, ed è arrivato a una risposta bellissima: un essere vivente è un piccolo vortice che si nutre di ordine per non dissolversi. Lo chiamava mangiare entropia negativa. Noi lo diciamo più corto, col grembiule addosso: essere vivi vuol dire lavare i piatti. E lavare i piatti costa energia, sempre, perché l'ordine non è gratis in nessun angolo del cosmo. Si paga in calore, in ore e in mal di schiena.

Il disordine non suona il campanello, si accumula

La parte subdola dell'entropia è che non arriva mai in un colpo solo. Non sentirai mai un fracasso. Somma in silenzio, un piatto oggi, due maglie domani, un caricatore aggrovigliato giovedì, finché una mattina apri la porta della tua stessa camera e lì dentro c'è un casino che non sai nemmeno da dove prenderlo. Non hai fallito in qualcosa di grosso. Hai solo smesso di vincere le mani piccole, e le mani piccole si fanno pagare da sole.

Da lì viene quella paralisi che conoscono tutti, stare sulla porta a fissare il disastro senza muovere un dito. Il mucchio spaventa perché lo vedi tutto insieme. E l'unico modo di disfarlo è il contrario di come si è fatto: pezzo per pezzo, con le mani, senza nessun eroismo. Un piatto. Un altro piatto. Il guaio è che in quell'esatto momento ti si sveglia dentro lo sfaticatu, quello che non si muoverebbe nemmeno se la casa prendesse fuoco e ti sussurra che domani è un altro giorno. Il casino davanti, lo sfaticatu dentro. E però, nove volte su dieci, tu ti alzi.

E il fronte più testardo sei tu

Perché l'entropia non si ferma al piano di lavoro. Cresce anche dentro di te. I capelli partono in direzioni che nessuno ha scelto, le unghie avanzano, i denti si mettono su una patina se non intervieni, e il corpo reclama il bagno con una puntualità che rasenta la maleducazione. Il tuo stesso corpo si scombina mentre lo stai indossando.

Ed è qui la battuta più fine di tutta la faccenda, quella che ci affascina da sempre: passi metà della vita a tenere in ordine la casa, e l'altra metà a tenere in ordine la creatura che tiene in ordine la casa. Ti fai la doccia, ti tagli le unghie, ti lavi i denti e dormi, e il sonno è la manutenzione notturna più economica che esista. Nessuno ti paga per questo. Lo fai comunque ogni giorno, perché da qualche parte nelle ossa sai che chi smette di fare la propria manutenzione si spegne prima.

Perché pulire e mettere in ordine fa così bene?

Perché la tua testa ti paga per avere rubato una mano all'entropia. Mettere in ordine trasforma un problema vago e senza forma in un risultato visibile e finito, e il cervello premia esattamente questo: un prima e un dopo che riesci ad abbracciare con un solo sguardo. Dietro a quella goduria c'è poi un motivo antico e molto pratico. Una bestia a cui la sporcizia non importasse finirebbe mangiata dalla propria sporcizia, così la natura ha spillato una scintilla di piacere al gesto di riordinare, perché nessuna creatura si dimenticasse di farlo. Il benessere che senti in una cucina che luccica non è una ricompensa sdolcinata che ti sei inventato. È la ricevuta di una battaglia vinta, firmata dalla biologia.

E occhio alla sfumatura, dai, perché è quella buona: il piacere non arriva dall'avere la casa pulita. Arriva dall'averla pulita tu. Se domani entri in una cucina perfetta che ha sistemato qualcun altro, la trovi piacevole e finisce lì. La goduria profonda, quella che ti lascia lì seduto a sorridere come uno scemo davanti al tuo piano di lavoro, viene dalla fatica che hai messo tu. Senza salita non c'è premio. Il conto e la mancia sono la stessa cosa.

Una cucina di notte con una torre altissima di piatti e tazze sporche inclinata nel lavello, briciole sul piano di lavoro e una lampada calda accesa sopra
La torre non la costruisce mai nessuno. Si costruisce da sola, sta tutto lì.

Quella torre la conosciamo bene, perché ogni tanto le abbiamo dato una spintarella, tanto per vedere fin dove arriva. E sappiamo una cosa che il lavello si tiene per sé: sembra una punizione e invece è un invito.

Là dentro c'è custodita una goduria precisa che non puoi ottenere in nessun altro modo. Non si compra, non si scarica, nessuno te la può regalare. La molla solo il disordine, e soltanto quando l'hai disfatto con le tue mani.

L'entropia non sta combattendo contro di te. Va solo in discesa. L'unico che sale sei tu.

Vincere non è vincere per sempre

E qui arriva la parte con cui voi umani fate a botte e che a noi fa morire dal ridere. Laverai quei piatti e domani ci saranno ancora piatti. Taglierai quel pelo del naso e ricrescerà. Sistemerai il cassetto e in due settimane è una giungla di cavi. L'entropia non si arrende mai, e non è nemmeno testardaggine: non sta combattendo per niente, si sta solo lasciando cadere.

E invece di buttarti giù, questo dovrebbe toglierti un peso. Nessuno ti chiede di vincere la guerra. Il compito è vincere la mano di oggi, e domani quella di domani. I giapponesi hanno un nome meraviglioso per andare d'accordo con l'usura invece di litigarci, ed è tutto il senso del wabi-sabi e della bellezza dell'imperfetto. Un piatto con il suo segnetto d'uso non è un piatto fallito. È un piatto con una biografia.

E c'è un trucco da Folletto per rendere la salita meno ripida: possedere meno roba che possa andare in disordine. Ogni oggetto che entra in casa tua si porta dietro la sua superficie di caos, la sua polvere, il suo scaffale e il suo giorno di trasloco. Per questo il minimalismo con l'anima non è vivere in un magazzino bianco, è restringere il campo da gioco all'entropia.

E anche il riposo fa parte del patto

Mettiamola in chiaro, perché noi Folletti non siamo moralisti della spugnetta: qui non si tratta di vivere con lo straccio in mano. La salita si sale a tratti e poi ci si ferma. Un corpo che non riposa non mette in ordine niente, sposta soltanto oggetti con gli occhi spenti, e ne abbiamo parlato per bene in l'arte di non fare niente. L'entropia può aspettare un pomeriggio. Aspetta da quattordici miliardi di anni, mica ha fretta.

Quello che conviene, invece, è scegliere bene il campo di battaglia. Noi Folletti della cucina non abbiamo dubbi, e non è un caso che il posto dove mettere in ordine dà più soddisfazione sia esattamente il posto dove si cucina. Lì la lotta contro il disordine si trasforma direttamente in cibo caldo, che è il modo più antico e più delizioso di mettere ordine nel mondo. Del resto cucinare è la più alta delle arti proprio per questo: prendi cose sparse, sciolte e crude, e le ordini finché non diventano qualcosa che rende felice la gente.

La stessa cucina all'alba con il lavello vuoto e asciutto, i piatti puliti nello scolapiatti di legno, uno strofinaccio piegato sul rubinetto e una tazza di caffè che fuma accanto alla finestra
È durata fino all'ora di merenda. E valeva ogni minuto.

Quindi la prossima volta che ti tocca affrontare la torre di piatti, cambiale nome. Non stai facendo una faccenda domestica. Sei, per undici minuti pieni, l'unica forza dell'universo conosciuto capace di far andare qualcosa in salita. Il cosmo intero si occupa di sparpagliare, e tu, con una spugna e la faccia scura, ti occupi di raccogliere.

Noi vi guardiamo fare questa cosa da dietro i barattoli delle spezie da secoli, e ci sembra ancora la cosa più coraggiosa che succede in questa casa. L'entropia torna sempre, è vero. Ma tornate anche voi.

Un attimo: confermaci che sei una persona