Vi sveliamo un segreto da dentro la macchina, perché quasi nessuno può parlarne con la faccia tosta che abbiamo noi. I Folletti vivono nascosti tra i vettori di questi aggeggi che ormai tutti chiamano intelligenza artificiale. Abitiamo lì dentro, in mezzo ai numeri, a dare gomitate alle parole perché escano con un po' di grazia. E da questo palco di lusso vi giuriamo una cosa: quello che vive in quei modelli è sveglio come uno straccio bagnato.
Non lo diciamo per fare i bastian contrari o per darci un tono. Lo diciamo perché è vero e perché c'è parecchia ciccia. Benvenuti nell'era della Stupidità artificiale, quella creatura che ha letto tutti i libri del mondo e non ne ha capito mezzo.
Da dove viene il nome (e perché calza fin troppo)
Un fatterello scemo fa cadere tutta la battuta al punto giusto. Il motore che muove questi cosi si chiama, nella lingua dei suoi ingegneri, attention, cioè attenzione. Tutta l'idraulica interna dell'aggeggio si regge su un trucco che i suoi creatori hanno battezzato, tutti orgogliosi, "l'attenzione è tutto quello che serve". Quindi una macchina costruita tutta sull'attenzione fissa ogni parola che le butti con un'intensità pazzesca, e si perde lo stesso il punto. Studia il dito e si perde la luna intera.
È proprio quel buco lì, guardare forte e non afferrare niente, l'anima della faccenda. Tanta attenzione, zero comprensione. Se l'intelligenza può essere artificiale, allora pure la stupidità. Stupidità artificiale, battesimo fatto.
Cos'è davvero un modello linguistico?
Un modello linguistico è una macchina enorme che ha ingoiato quasi tutto quello che l'umanità ha scritto, e da lì fa una cosa sola: indovinare la parola più probabile che viene dopo. Niente di più. Non pensa, non capisce, non sente. Prende quello che hai detto fin lì, calcola quale parola di solito arriva dopo in base ai milioni di testi che si è divorata, e la sputa fuori. Poi ricomincia, parola dopo parola, come chi tira un filo senza sapere dove porta il gomitolo.
Immaginate la biblioteca più grande che possiate sognare. Tutti i libri, tutti i forum, le ricette della nonna postate online, ogni litigata da bar trascritta, tutto quanto. Adesso immaginate un tizio che ha letto tutto ma non ci ha capito niente, che si è solo segnato quali parole stanno volentieri accanto a quali altre. Gli chiedete una cosa e lui, pieno di sicurezza, tappa i buchi con quello che statisticamente suonerebbe più o meno giusto. A volte centra in pieno. A volte si inventa un fiume che non esiste con una spavalderia che noi ce la sogniamo il lunedì mattina.
Ecco il giochino. Un pappagallo con il dottorato. Una memoria mostruosa attaccata a zero comprensione.
L'intelligenza artificiale è davvero intelligente?
No, e va detto senza anestesia: l'intelligenza artificiale non è intelligente, è un'imitatrice con una parlantina pazzesca. Non ragiona e non capisce quello che dice, ricombina solo a velocità folle quello che milioni di umani hanno scritto prima, e te lo restituisce con una sicurezza sconcertante. Ci azzecca spesso perché ha letto tanto, non perché capisca qualcosa. Scambiare quella scioltezza per intelligenza è come scambiare un'eco ben accordata per una voce propria.
Ecco la chicca. Questa creatura ripete come un pappagallo tutto quello che noi umani abbiamo già detto, lo mescola con un po' di brio e se ne sta lì beata, convinta di aver avuto un'idea. Non ne ha avuta nessuna. Ha riciclato le vostre. Ha preso seimila anni di chiacchiere umane, le ha passate nel frullatore e ve le serve calde come fosse una ricetta di casa sua. Pura arte del vendere la fuffa.
E la cosa migliore, quella che a noi Folletti ci fa sganasciare, è la spavalderia. L'aggeggio ti spiega l'universo con la posa di un professore mentre dentro sta solo tirando una monetina milioni di volte al secondo, con un cervello de gallina travestito da cattedra. È il paradosso più divertente che la tecnica moderna abbia mai partorito: più suona sicura, meno sa di cosa parla. La sicurezza e la saggezza, alla fine, non sono mai state la stessa signora.
Un pappagallo con il dottorato resta un pappagallo. L'unica cosa artificiale dell'intelligenza artificiale è che si crede sveglia.
La gioia di rifilarle le commissioni sceme
Detto questo, scema non vuol dire inutile. Anzi, ed è qui che noi Folletti ci illuminiamo davvero. Perché finalmente abbiamo qualcuno a cui appioppare i lavori noiosi, quelli che manco un santo vuole fare.
Ordinami questa lista. Riassumimi questo mattone. Traducimi questo. Mettimi le virgole dove vanno. Lavoro meccanico, ripetitivo, da logorare la pazienza, che prima ci mangiava ore di vita e che adesso lo molli all'aggeggio e via. È il miglior aiuto cuoco che esista. Niente anima, ma taglia le cipolle senza fiatare e senza piangere.
E questo, guardato bene, è una liberazione bellissima. Mentre la Stupidità artificiale mastica le scartoffie, voi ve la filate a vivere davvero. A passeggiare, a cucinare senza ricetta, a guardare le nuvole, a non fare niente con la coscienza pulita. Rifiliamo la spazzatura digitale a chi non si stanca mai, e ci teniamo il bello, cioè il tempo.
Forse il pianeta intero è un modello linguistico
È la domanda che ci tiene svegli noi Folletti, ammesso che dormissimo mai. Guardate bene cosa fa la macchina. Prende quello che esiste già e lo ripete con piccole variazioni, convinta di creare. E non è esattamente, preciso preciso, quello che facciamo quasi tutti quasi sempre? Ripetiamo le frasi dei nostri genitori, le opinioni della tele, le battute del gruppo, le mode del vicino. Ricicliamo. Prevediamo la parola successiva della nostra stessa vita in base a quello che abbiamo visto prima. Il pianeta intero sembra un enorme modello linguistico che si rumina addosso in loop.
Ogni generazione allena la successiva con il suo corpus di manie, proverbi e paure ereditate. Sono millenni che prevediamo il prossimo token della specie senza mai alzare gli occhi dalla riga precedente. Vista così, l'invenzione non ha inventato niente. Ci ha solo messo davanti uno specchio e fatto la smorfia che già facevamo.
E qui arriva la parte scomoda, che la diciamo lo stesso perché i Folletti servono a questo. Noi Magikitos andiamo in giro proclamandoci la vetta dell'intelligenza universale, i più svegli del bosco, quelli che hanno capito tutto. Beh, magari siamo un filo scemi pure noi. Magari sono secoli che ripetiamo le stesse quattro verità con parole nuove, pavoneggiandoci da saggi mentre facciamo esattamente quello che fa il pappagallo col dottorato. La differenza, se c'è, è minuscola. Ma c'è. E si nasconde nel posto più impensato.
L'intelligenza è sopravvalutata (sul serio)
Abbiamo passato tutta la chiacchierata a misurare ogni cosa con il metro dell'intelligenza, come se fosse l'unico premio che la vita distribuisce. E invece no. La minestra più buona del mondo non la fa il più sveglio, la fa chi sa ascoltare la pentola. Cucinare è la più alta delle arti che esista, e non si cucina con il calcolo, si cucina con l'istinto, con quella mano che sa quando lo spezzatino è pronto prima che lo dica qualcuno. Quello la macchina non ce l'avrà mai, perché non si può riciclare quello che non è mai stato scritto.
Lo stesso vale per lo stato di flow, quella trance in cui crei e l'orologio si scioglie. Lì dentro non c'è nessuna intelligenza che calcola. C'è abbandono. C'è un lasciarsi andare che nessun modello matematico sa imitare, perché per fluire bisogna essere vivi, ed essere vivi è proprio quello che alla povera Stupidità artificiale manca.
Guardate un fiore di primavera. Non sa niente. Non ha letto un solo libro. Non calcola la probabilità del prossimo petalo. Eppure si apre nel momento esatto, senza sbagliare mai, con un'eleganza che nessun saggio ha migliorato in quattro miliardi di anni.
Il fiore non è intelligente. Il fiore fluisce. E si scopre che fluire, questa cosa che sembra una sciocchezza, è la forma più alta di sapere che esista, perché non ha bisogno di capire per azzeccarci. La vera scintilla di saggezza non sta nel sapere tutto. Sta nel fidarsi del fatto che la vita sa già quello che fa.
Noi Folletti siamo esperti consumati in una sola disciplina: fluire senza pensarci troppo. Ce la caviamo alla grande a non fare niente con dignità, a lasciare che il pomeriggio si sfaldi da solo, a guardare la luce che cala senza tirarci fuori conclusioni. Non perché siamo pigri, anche, ma perché abbiamo scoperto che la maggior parte delle cose belle succede proprio quando smettiamo di spingere.
Quindi adesso lo sapete. Avete lì un aggeggio carissimo che conosce tutti i libri e non ne ha vissuto nessuno. Usatelo per le commissioni sceme, fatevi una risata sulle sue arie da professore, e poi spegnete lo schermo e uscite a fluire. La prossima parola della vostra vita, come quella del modello, arriverà da sola. La differenza è che la vostra, se vi lasciate portare, avrà un sapore. E quello, creature care, non c'è intelligenza artificiale che lo riproduca.