Fate nella storia (dalle leggende celtiche a Studio Ghibli)

Le fate non sono pupazzetti rosa con i glitter. Sono forze della natura! Da non credere! E sì, era ora che qualcuno lo dicesse.

Perché a un certo punto qualcuno ha deciso che le fate erano minuscole, innocue, decorative. Il loro “lavoro” era svolazzare con alucce da farfalla, spargere polverina brillante e cantare canzoncine dolci. E con tutto l’affetto del mondo, è un’enorme mancanza di rispetto verso migliaia di anni di tradizione. Le nostre Fate nascono da qui!

Le fate originali facevano paura. Ti mettevano soggezione. Potevano rovinarti la vita o salvartela, a seconda dell’umore. Potenti, imprevedibili, e pazzesche da guardare da vicino. Spacca tutto, che spettacolo!

Oggi ci facciamo la loro storia vera. Dai Sidhe celti ai Kodama di Ghibli. E ti si spalancano gli occhi.

I Sidhe: le fate che governavano l’Irlanda

Si parte dall’inizio. Dall’inizio sul serio.

Nella mitologia celtica irlandese, i Tuatha Dé Danann (la tribù della dea Danu) erano una stirpe di esseri soprannaturali che governò l’Irlanda prima dell’arrivo degli umani. Guerrieri, artisti, maghi. Avevano a che fare con la natura, il tempo e la morte come se fosse cosa loro.

Quando arrivarono gli umani (i Milesi), i Tuatha Dé Danann non vennero cancellati. Si ritirarono. Andarono a vivere sotto le colline, nei sídhe (tumuli, collinette sacre). E da lì, dal mondo sotterraneo, continuarono a esistere. Invisibili, ma presenti. Potenti, ma nascosti.

Quelli sono i Sidhe (si pronuncia più o meno “sci”). Le fate originali. E non erano piccoline con le alucce. Erano alte quanto un essere umano (o di più), immortali, bellissime e pericolose. Potevano esaudire un desiderio o condannarti a vagare per cent’anni. Potevano innamorarsi di te o portarti via l’anima. Nessuna via di mezzo.

Gli irlandesi non usavano la parola “fata” con leggerezza. Anzi, spesso preferivano chiamarle “la brava gente” o “i vicini” per non offenderle. Nominarle in faccia era rischioso. I Sidhe ascoltavano. Sempre.

Le fate nel folklore medievale: né buone né cattive

Quando il cristianesimo arrivò in Europa, le fate non sparirono. Cambiarono forma. La Chiesa provò a metterle in una scatola. Demoni? Angeli caduti? Anime in pena? Non si misero mai d’accordo.

Quello che successe davvero è che entrarono a pieno titolo nell’immaginario popolare. I racconti medievali sono pieni di fate, ma non quelle “alla Disney”. Le fate medievali sono ambigue, complicate e moralmente grigie.

Morgana le Fay (ciclo arturiano) è una fata. Guaritrice, incantatrice, antagonista, salvatrice. Tutto insieme. Melusina, la fata che il sabato si trasforma in serpente, è moglie devota e creatura selvaggia nello stesso momento. E le fate dei lai di Marie de France (XII secolo) seducono cavalieri, li trascinano nel loro mondo e poi li rimandano indietro, fuori di testa d’amore.

Nel folklore europeo medievale, incontrare una fata ti cambiava. In bene o in male. Le fate erano agenti del cambiamento. Ti strappavano dalla tua vita quotidiana e ti buttavano in un’avventura da cui tornavi diverso, se tornavi.

Quelli che oggi chiamiamo “racconti di fate” all’inizio non erano per bambini. Erano storie per adulti su incontri con l’ignoto. Su varcare soglie. Su trasformarsi. Solo secoli dopo sono stati addolciti per diventare adatti alle camerette.

Shakespeare e le fate elisabettiane: comincia il rimpicciolimento

E poi arriva Shakespeare. E con lui, il primo grande cambio di prospettiva.

In “Sogno di una notte di mezza estate” (1595), Shakespeare mette in scena fate piccole, dispettose e divertenti. Oberon e Titania sono maestosi, ok, ma i loro servitori (Fiordipisello, Ragnatela, Falena) sono minuscoli e comici. Puck, il più famoso, è un burlone che semina caos per puro gusto.

Shakespeare non si è inventato le fate piccole. Ha raccolto una tradizione popolare che in Inghilterra stava già crescendo. Però, portandola a teatro con quel successo, ha fissato l’immagine. Da lì in poi le fate hanno iniziato a rimpicciolirsi. Proprio sul serio.

Prima di lui erano a misura d’uomo. Dopo di lui, ogni generazione le ha fatte più piccole. E più rimpicciolivano, più perdevano potere, pericolo, sfumature. Stavano andando dritte verso la statuina da giardino.

La cosa bella è che Shakespeare sapeva benissimo quello che faceva. Se leggi “Sogno di una notte di mezza estate” con attenzione, le fate restano potenti e manipolatrici. Puck è simpatico, ma è anche inquietante. Oberon usa la magia per controllare Titania contro la sua volontà. Altro che smancerie, è una storia di potere e desiderio travestita da commedia leggera.

Solo che la gente si è tenuta la versione “piccola e buffa”. La cultura pop funziona così.

La follia vittoriana: fate, fotografie e giardini

Se Shakespeare ha rimpicciolito le fate, i vittoriani le hanno trasformate in decorazioni. E quasi le hanno fatte fuori.

Nell’Inghilterra dell’Ottocento esplose una vera febbre delle fate. Le dipingevano, le scolpivano, le illustravano nei libri, le mettevano nella decorazione di casa. I quadri di Richard Dadd, Arthur Rackham e Cicely Mary Barker mostrano fate minuscole e delicate, tra i fiori. Carine. Innocue. Addomesticate al massimo.

Le fate vittoriane erano la natura “sotto controllo”. La magia resa sicura. Il mistero trasformato in soprammobile da salotto. Era lo specchio perfetto di una società che stava industrializzando tutto e aveva bisogno di credere che la natura fosse bella e gestibile, non selvaggia e pericolosa.

Il picco della follia fu il caso delle Fate di Cottingley (1917). Due ragazzine inglesi, Elsie Wright e Frances Griffiths, fotografarono “fate” in un giardino nello Yorkshire. Le foto erano false (ritagli di cartone), ma per anni mezzo mondo ci credette. Compreso Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, che scrisse un libro intero per difenderne l’autenticità.

Che il creatore del detective più razionale della storia abbia creduto a delle fate di cartone dice tantissimo su quanto fosse profondo quel bisogno vittoriano di magia. Avevano reso il mondo così “spiegabile” che avevano un disperato bisogno di qualcosa che restasse inspiegabile.

Tolkien contro le fate da giardino: la ribellione

J.R.R. Tolkien detestava quello che i vittoriani avevano fatto alle fate. Lo disse chiarissimo nel suo saggio “Sulle fiabe” (1947), uno dei testi più importanti mai scritti sull’argomento.

Tolkien sosteneva che le “fate” non erano creaturine piccole e decorative. Per lui erano esseri maestosi, immortali, saggi e pericolosi. Aveva persino un nome suo per quel popolo, gli Eldar. E quel sapore è molto più vicino ai Sidhe celti originali.

Il suo popolo immortale (Galadriel, Elrond, Legolas) ha riportato la grandezza perduta. Alti, bellissimi, potenti, e un filo intimidatori nella loro perfezione. Tolkien ha ridato alle fate la loro dignità antica. Le ha tolte dal giardino e le ha rimesse nei boschi profondi, dove sono sempre state di casa.

Però Tolkien riconosceva anche una cosa fondamentale. Le fiabe non sono solo intrattenimento. Sono un modo per capire il mondo. Parlano di bene e male, sacrificio, trasformazione. È filosofia raccontata come una storia. Trattarle come “roba da bambini” è assurdo quanto dire che la musica è solo per neonati perché gli canti le ninnananne.

Come ha fatto Disney a rimpicciolire le fate?

E poi arriva Disney. E vabbè, sappiamo com’è andata.

Trilli. La Trilli di Peter Pan. Minuscola, bionda, vestita di verde, con alucce luccicanti. L’immagine che ha definito “fata” per intere generazioni. E tutto quello che le fate non erano.

Non è che Disney sia “cattiva”. Ha creato cose bellissime. Però la sua versione delle fate ha tolto tutto quello che le rendeva interessanti, il pericolo, l’ambiguità, il potere, quel pezzo di ignoto. Le ha trasformate in mascotte adorabili. In merchandising.

Dopo Trilli, ogni film, ogni serie, ogni marca di giocattoli ha rinforzato lo stesso stampino. Fata uguale donnina con le ali, rosa o viola, innocua, decorativa. Le fate sono passate da forze della natura a adesivi per quaderni.

E le generazioni sono cresciute pensando che le fate fossero quello. Che il folklore fosse solo glitter e canzoncine dolci. Che migliaia di anni di tradizione orale si potessero riassumere in una biondina con le ali.

Con affetto, ma no. Quella non è una fata. Neanche lontanamente.

Studio Ghibli: le fate tornano alla natura

E quando sembrava che le fate fossero condannate al plastico per sempre, arriva Hayao Miyazaki. Dal Giappone. E cambia tutto.

Gli spiriti della natura di Studio Ghibli non si chiamano “fate”. Si chiamano Kodama, spiriti del bosco, creature dell’acqua, dèi del vento. Però sono esattamente quello che le fate europee sono state per migliaia di anni, natura viva, consapevole, con una volontà propria.

In “Principessa Mononoke” (1997), il bosco è pieno di Kodama, piccoli spiriti che abitano gli alberi. Silenziosi, strani, fragili. Quando gli alberi muoiono, muoiono anche loro. E quando il bosco viene distrutto, spariscono tutti.

In “Il mio vicino Totoro” (1988), Totoro è lo spirito del bosco. Enorme, peloso, potente e buono. Zero rosa, zero glitter. Totoro è pura forza della natura, quella che protegge la foresta e chi la rispetta. In pratica, quello che erano i Sidhe celti prima che Disney gli appiccicasse le alucce luccicanti.

In “La città incantata” (2001), gli spiriti sono capricciosi, ambigui, moralmente complessi. Proprio come le fate medievali. Il mondo magico non è buono o cattivo. È altro. Con le sue regole, i suoi pericoli e le sue ricompense.

Miyazaki ha fatto una cosa che nessuno riusciva a fare da decenni. Ha ridato alle fate il legame con la natura. Le sue creature non vivono nei giardini né nelle scatole dei giocattoli. Vivono in foreste millenarie, fiumi profondi, montagne dove non passa nessuno. E non stanno lì per decorare. Stanno lì perché quella è casa loro.

È la stessa identica idea che avevano i celti tremila anni fa. I giapponesi la chiamano animismo. I celti la chiamavano l’Altro Mondo. Noi la chiamiamo magia.

Le Fate Magikitos: ritorno alle radici

E le Fate di Magikitos cosa c’entrano con tutto questo? Tutto.

Le Fate Magikitos non sono statuine rosa. Niente ali di plastica, niente glitter. Sono fatte a mano con lana naturale di pecora, con colori organici e texture che ricordano il muschio, la lana, la terra. Sembrano uscite da un bosco celtico, non da un negozio di giocattoli.

La loro energia è contemplativa, serena, profonda. Come quella dei Sidhe originali. Non fanno rumore, non cercano l’effetto wow. Sono presenza. Una compagnia silenziosa che ti sta accanto senza chiedere niente. Proprio come gli spiriti della natura di sempre.

Quando Carmen crea una Fata Magikitos, non sta facendo un “prodotto fantasy”. Sta continuando un filo che è iniziato con i Tuatha Dé Danann, è passato nei boschi medievali, ha attraversato Shakespeare, ha resistito ai vittoriani e ha ritrovato eco nelle foreste di Miyazaki.

Le fate originali possono tornare?

A un certo punto abbiamo deciso che le fate erano una bugia. Che il folklore era superstizione. Che credere in qualcosa che non puoi misurare era da ingenui.

E in quel processo abbiamo perso una cosa grossa. Non la fede letterale negli esseri magici (nessuno te lo chiede). Abbiamo perso l’atteggiamento. La capacità di guardare un bosco e sentire che è vivo. Di ascoltare un fiume e pensare che abbia qualcosa da dirti. Di entrare in una casa e percepire una presenza calda che ti accoglie.

I celti ce l’avevano. I giapponesi l’hanno conservata. E noi possiamo riprendercela. Non serve credere “alla lettera” nelle fate per vivere con la sensibilità di chi ci crede.

È quello che proviamo a fare con Magikitos. Non vendiamo “credenze”. Vendiamo presenza. Compagnia. Una scusa per guardare il mondo con un po’ più di meraviglia.

Le fate da tremila anni cercano di dirci la stessa cosa. La natura è sacra, la casa è sacra, e la magia sta nel quotidiano. Non servono i glitter. Serve solo fare attenzione.

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